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«Uscire dalla moneta unica, una catastrofe per l’Italia»

Presa buona nota di quei manifesti, «Basta Euro», e di certi deputati italiani che in televisione si soffiano il naso con la bandiera dell’Unione Europea, Guy Verhofstadt spalanca le braccia: «Grexit, come si usava dire? Italexit? Ma in tanti qui parlano di uno scenario, l’uscita dell’Italia dall’euro, come un tempo si diceva della Grecia, senza neppure rendersi conto della catastrofe che ciò significherebbe. E senza dirlo mai chiaro: il calo del potere d’acquisto dei cittadini e dei pensionati, una svalutazione ogni tre anni, il debito pubblico che sale ancora…Tutti ne parlano come di un buffetto, una cosa da nulla, senza un minimo di dibattito vero, o di analisi scientifica: ma non sarebbe così, sarebbe invece una cosa molto grave». 
Verhofstadt, candidato alla presidenza della Commissione europea per l’Alleanza dei liberali e democratici, nonché ex primo ministro che condusse il suo Belgio nel pianeta dell’euro, ha almeno 3 obiettivi dichiarati in queste elezioni: «Convincere appunto i cittadini di quale sciagura sarebbe per chiunque lasciare la moneta comune. Prendere più voti del blocco populista o euroscettico. E lanciare la nostra proposta di rilancio europeo attraverso il meccanismo dei “future bond”».
Cominciamo da questi ultimi.
«Detto in due parole: dei capitali privati, raccolti dalla Banca centrale europea, dalla Banca europea degli Investimenti e dalla Commissione europea, attraverso un apposito veicolo finanziario a livello della Ue, possono confluire su grandi investimenti europei, per esempio nel campo dei trasporti, delle telecomunicazioni, dell’energia. E portare un’alta liquidità attinta dal mercato dei capitali».
Ma che cosa guadagnerebbero i privati da un’idea simile? Non accetteranno certo per beneficenza…
«Si ripagheranno con i ricavi di quegli stessi investimenti, a buoni interessi».
Questi «future bond» non assomigliano però ai project bond di cui si parlava negli anni scorsi, a proposito per esempio delle linee Tav?
«No, quelli erano come i mostri di Loch Ness dell’economia europea. E quanti investimenti veri hanno portato, alla fine?»
Veniamo all’altro obiettivo della sua campagna: prendere più voti degli euroscettici e populisti. Naturalmente, non sarà soltanto un fatto d’orgoglio.
«Certo che no. È una vera sfida per noi. Con un risultato sicuro, consolidato, nel Parlamento europeo avremo un vero centro per le riforme e per l’Europa. Diversamente, se i populisti prevarranno, probabilmente non sarà possibile garantire alcuna maggioranza stabile».
Perché no? Dopotutto, a Bruxelles e Strasburgo, il centrodestra del Partito popolare europeo e il centrosinistra dei Socialisti e democratici convivono già da tempo, senza l’emetto in testa.
«Sì. Ma non dimentichi che nei banchi di quello stesso Ppe siederanno anche seguaci di Forza Italia. E anche se non sarà in aula sarà sempre lui, Berlusconi, a ispirarli».
Così, siamo arrivati all’argomento Italia. Se lei fosse già il presidente della Commissione, quali priorità riterrebbe consigliabili per il nostro Paese?
«Prima di tutto, la lotta alla corruzione. Poi, come seconda emergenza, la gestione del problema immigrazione, divenuto ormai uno scandalo quotidiano. Ognuno, qui, deve fare la sua parte. Non abbiamo in Europa una strategia reale per evitare il traffico di esseri umani, né abbiamo una strategia reale di buon vicinato con Paesi come la Libia, o la Tunisia».
Eppure l’Ue ha, o dovrebbe avere una sua politica estera.
«Se è per questo, lavoriamo ancora sulle carte di Solana (Javier Solana, fino al 2009 «ministro degli Esteri» Ue, ndr). Mentre dovremmo aggiornare e usare tutti gli strumenti a disposizione della Ue: l’aiuto umanitario ai migranti, il controllo militare delle frontiere, il commercio, l’aiuto allo sviluppo economico dei singoli Paesi».
Torniamo all’Italia. Ha visto gli ultimi dati sul Pil?
«E come no, si parla di una crescita acquisita del Pil, per il 2014, ferma a –0,2%. Alcuni si attendono che duri così per anni, e parlano di stagnazione economica».
Di chi è la colpa?
«Della mancanza di riforme, e della responsabilità dell’Europa che non ha aiutato a fare quelle stesse riforme».
E oggi?
«E oggi il governo si concentra sul bonus da 80 euro, difende la singola tasca, mentre il debito pubblico supera il 132% del Pil. Un punto percentuale di debito equivale a 20 miliardi… Forse sarebbe venuto il momento di dire agli italiani la verità. E di fare veramente le riforme».
«Siamo quasi fuori dalla crisi», affermano vari leader europei. È d’accordo?
«Per nulla. Mi sembra irresponsabile dire così. Anche l’altro giorno, i dati Eurostat hanno confermato che la crisi non è finita. Ma Van Rompuy, Barroso, Juncker e altri continuano ad asserire il contrario».
Altri dicono invece che l’Europa non si salverà se continuerà ad applicare rigidamente i dogmi di Angela Merkel.
«Non tocca a me rispondere. Parlando in generale, posso solo dire che, secondo me, l’Europa non deve essere un poliziotto».
E allora?
«Un promotore di iniziative e progetti, senza mai perdere di vista l’orizzonte generale».
A proposito di orizzonte generale: esiste un tetto del 3% imposto dall’Ue al rapporto fra deficit e Prodotto interno lordo in ogni Paese, ma la Francia gode già di un’ampia deroga fino al 4,8%. Che ne pensa un possibile futuro presidente della Commissione?
«Penso che non accettiamo, non dobbiamo accettare queste deroghe».
L’Ue è tornata a una «debole ripresa», come dicono a Bruxelles, ma gli Stati Uniti sono ben più avanti. C’è una spiegazione per questa differenza?
«C’è il ruolo della Federal Reserve, naturalmente, diverso da quello della Bce. E c’è il mercato americano molto più integrato del nostro. Come si vede bene nel campo delle telecomunicazioni, dove si parla di 28 regolatori per 28 Paesi: ma si può?»

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