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Usa vs web tax italiana, moda (e caviale) a rischio

La web tax mette in pericolo la moda italiana. Gli Stati Uniti minacciano dazi del 25% sui prodotti del fashion Made in Italy per un ammontare di 140 milioni di dollari (120 milioni di euro). In un elenco dettagliato pubblicato dall’Ufficio del rappresentante per il commercio degli Stati Uniti (Ustr) si parla di ritorsioni su abbigliamento, borse, scarpe e accessori. Ma sono in pericolo anche profumi, montature di occhiali e lenti. Mentre per l’agroalimentare, per ora, gli unici nel mirino sono caviale e acciughe. A gennaio, l’ufficio del commercio Usa ha sentenziato che la web tax adottata dall’Italia (e altri cinque paesi, Austria, India, Spagna, Turchia e Regno Unito) è discriminatoria nei confronti dei big tech statunitensi e incompatibile con i principi della tassazione internazionale. Il governo Usa quindi ha ora la possibilità di avviare un’azione ai sensi della Sezione 301 e adottare misure di ritorsione contro i paesi discriminanti. Si pensava a un cambio di rotta sul versante dazi e fiscalità internazionale da parte della nuova amministrazione di Joe Biden. Ma per ora gli Stati Uniti vogliono tenere la porta aperta su eventuali sanzioni da applicare nel momento in cui non si arriverà ad un accordo Ocse sul fisco digitale. «Gli Stati Uniti rimangono impegnati a raggiungere un consenso internazionale attraverso il processo Ocse sulle questioni fiscali internazionali. Tuttavia, fino a quando tale consenso non sarà raggiunto, manterremo le nostre opzioni attraverso la Sezione 301, compresa, se necessario, l’imposizione di dazi», ha detto l’ambasciatore Katherine Tai. Il rappresentate del commercio Usa per ora richiede commenti su eventuali sanzioni nei confronti dell’Italia e degli altri paesi. L’Ustr vuole commenti sull’inclusione o la rimozione di particolari prodotti dalla lista preliminare dei prodotti soggetti ai dazi aggiuntivi. In particolare, vuole sapere se «l’imposizione di maggiori dazi su determinati prodotti sarebbe praticabile o efficace per ottenere l’eliminazione di atti, politiche e pratiche dell’Italia, e se, l’imposizione di dazi aggiuntivi su un particolare prodotto causerebbe un danno economico sproporzionato agli interessi degli Stati Uniti», comprese pmi e i consumatori. La lista presentata è stata quindi fornita solo «a scopo informativo», scrive l’ufficio e non «intende delimitare in alcun modo la portata dell’azione proposta». La minaccia potrebbe quindi spostarsi su altri prodotti a seguito dei feedback ricevuti dal processo di consultazione. Un’udienza pubblica sul risultato dei prodotti italiani si terrà il 5 maggio. L’Italia, ricordiamo, ha adottato una web tax che si applica alle aziende del digitale (Facebook, Google, Amazon) con un fatturato mondiale di almeno 750 milioni di euro e 5,5 milioni di euro in Italia. Il gettito stimato è di 700 milioni di euro. La ritenuta del 3% sul fatturato italiano dei giganti digitali è entrata in vigore l’1/1/2020 e doveva essere saldata il 16 febbraio con dichiarazione presentata il 31 marzo. Il Mef ha modificato più volte i termini e per il 2021 il versamento dell’imposta è stato posticipato al 16 maggio, mentre la dichiarazione è slittata al 30 giugno.

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