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Usa, più ottimismo sull’intesa

Barack Obama è tornato all’offensiva in prima persona per strappare rapidamente al Congresso un accordo che riapra gli uffici federali e alzi il tetto dell’indebitamento. Il presidente ha deciso di convocare a porte chiuse alla Casa Bianca le leadership congressuali dei due partiti dopo che i negoziati al Senato e alla Camera nel fine settimana avevano incontrato ostacoli. E l’incontro, inizialmente previsto alle tre del pomeriggio ora locale, è stato rinviato in extremis per dare maggiori chance a trattative sempre più frenetiche e parse promettenti. I termini dell’intesa in discussione prevedono una riapertura degli uffici governativi fino a metà gennaio e un innalzamento del tetto del debito fino a metà febbraio.
«A pochi giorni dall’esaurimento dell’autorità del governo di emettere debito, il presidente intende mettere in chiaro che il Congresso deve agire per pagare i conti del Paese e riaprire il governo», ha fatto sapere la Casa Bianca. Il leader democratico del Senato Harry Reid ha espresso ottimismo: «Stiamo lavorando su tutto» ha detto al termine di un incontro con il capogruppo repubblicano Mitch McConnell. E non ha escluso un’intesa entro la notte. Un influente senatore repubblicano, Bob Corker del Tennessee, ha a sua volta aggiunto che «c’è la possibilità di un’intesa». Obama stesso, in una breve dichiarazione, ha parlato di «progressi al Senato» e ribadito che «un default avrebbe potenzialmente effetti devastanti».
L’amministrazione ha continuato a incalzare l’opposizione repubblicana: «Non pagheremo un riscatto» perché il parlamento agisca e offra le necessarie certezze «alle aziende e all’economia». Allo stesso tempo il vertice ideato dalla Casa Bianca è ristretto, dando credito alla speranza che soluzioni siano a portata di mano: quattro i convocati, oltre a Reid e McConnell, il capogruppo repubblicano della Camera John Boehner e il leader dei deputati democratici Nancy Pelosi.
Il weekend non aveva prodotto immediati risultati: prima erano falliti i negoziati con la Camera, con Obama che aveva respinto la proposta di alzare solo per sei settimane il tetto sul debito. Il Senato aveva poi raccolto il testimone ma senza riuscire a raggiungere un compromesso. I democratici hanno invocato termini più generosi e bocciato il rinvio di una tassa sulle apparecchiture mediche necessaria a finanziare la riforma sanitaria Obamacare contenuto nell’ultimo piano. Sul budget Reid ha anche chiesto di rinegoziare i tagli automatici di spesa previsti dal sequester per il 2014. Il sequester è un’eredità della precedente battaglia sul debito del 2011, costata il rating di Tripla A agli Stati Uniti declassati da Standard & Poor’s: consiste di 1.200 miliardi di dollari di riduzioni automatiche di spesa in dieci anni cominciati l’anno scorso in assenza di intese più ragionevole sulla riduzione di deficit e debito.
Ma il tempo per raggiungere un accordo ormai scarseggia. Alla scadenza del 17 ottobre, giovedì, il Tesoro avrà a disposizione solo 30 miliardi di dollari che potrebbero durare solo una settimana o due: a rischio, più dei detentori di obbligazioni, sono grandi programmi sociali quali le pensioni del social security, che potrebbero essere congelate. Le conseguenze di destabilizzazione per i mercati e per l’economia globale minacciano di essere catastrofiche. Lo shutdown, la chiusura parziale del governo federale, già si fa sentire: sottrae 0,3 punti percentuali a settimana al Pil e aumenta i rischi che gli Stati Uniti possano ricadere in una recessione.
L’incapacità di concordare priorità fiscali e di spesa genera inoltre preoccupazioni di lungo periodo: il Wall Street Journal ha pubblicato un’inchiesta sui danni che la crisi di investimenti nell’infrastruttura dei trasporti provoca alla Corporate America e all’economia.

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