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Usa, i padroni della Rete nel mirino dell’Antitrust Stangata per Facebook

Maximulta da 5 miliardi di dollari a Facebook per le violazioni della nostra privacy; futuri rischi penali per il suo fondatore Mark Zuckerberg. Un’indagine antitrust della Federal Trade Commission sulla stessa Facebook e un’altra, del Dipartimento di Giustizia, a tutto campo sui big dell’economia digitale, inclusi Amazon, Apple e Alphabet-Google, per possibili comportamenti lesivi della concorrenza. I democratici, un tempo legati a doppio filo con i “capitalisti progressisti” della Silicon Valley, ora criticano l’Amministrazione Trump per la ragione opposta: non è abbastanza dura con i giganti di Internet.
Soffia un vento ostile contro i Padroni della Rete, quelli che fino a un’epoca recente erano venerati come la punta avanzata della leadership tecnologica americana. E non importa se Donald Trump di tanto in tanto accusa l’Europa di prendersela con i big del digitale Usa per fare del protezionismo mascherato. Questo presidente non ha legami né affinità con il mondo tecnologico della West Coast (l’ostilità politica è ricambiata). Il suo governo sta facendo le prove generali per un’offensiva vera contro lo strapotere dei “Faang” (la parola in inglese ha lo stesso suono di “zanna”, è l’acronimo di Facebook Amazon Apple Netflix Google). In quanto alla sinistra, subisce l’influenza nuova di una paladina dell’antitrust come Elizabeth Warren, la candidata alla nomination democratica che nei suoi programmi include perfino uno smembramento dei colossi digitali. Il primo colpo reale è quello incassato da Facebook. Il social media con due miliardi di utenti patteggia con l’authority della concorrenza competente, cioè la Federal Trade Commission, che al tempo stesso apre una nuova indagine antitrust sulla società. La multa da 5 miliardi che Fb accetta di pagare chiude un procedimento partito dallo scandalo Cambridge Analytica, a cui cedette informazioni personali su decine di milioni di utenti, poi usate per la campagna elettorale di Trump. Gli aspetti normativi del patteggiamento includono molti obblighi per il futuro rispetto della privacy. Il chief executive Mark Zuckerberg d’ora in avanti deve certificare le tutele della privacy sotto la sua responsabilità personale: civile e penale. Questo significa che in caso di nuove violazioni e di false certificazioni potrebbe pagare anche con il carcere. Forse ipotesi remota, ma non banale. Negli ultimi decenni il sistema americano dei castighi e delle pene ha privilegiato le sanzioni pecuniarie, molto meno efficaci di quanto si creda: alla fine vengono spalmate sugli azionisti della società, o estratte dai consumatori, creando una cultura dell’irresponsabilità fra i top manager. La Federal Trade Commission sottolinea che quella inflitta a Facebook «è la multa più elevata della storia, per le violazioni della privacy». E tuttavia i commissari della minoranza democratica hanno espresso dissenso, sottolineando che questa sanzione «non interviene sulle cause»: non altera cioè un modello di business fondato sullo spionaggio sistematico degli utenti, la vendita o l’uso dei loro dati per sonali a scopo di profitto e spesso a loro insaputa. La svolta tra i democratici è significativa, dopo otto anni di arrendevolezza durante l’Amministrazione Obama. Anche i repubblicani stanno cambiando atteggiamento. Furono loro ad avviare un indebolimento dell’antitrust al servizio degli interessi delle grandi imprese.Perciò l’altra novità di rilevo è proprio che l’antitrust americano si stia risvegliando – forse – dal suo torpore. È di ieri infatti l’altro annuncio: il Dipartimento di Giustizia, cui competono le istruttorie antitrust, apre un’indagine su tutti i big del digitale, per appurare se abbiano costruito delle concentrazioni di tipo monopolistico, elevando barriere contro la competizione. Abuso di potere di mercato, intralci alla concorrenza, ostacoli alle innovazioni dei “piccoli”, danni ai consumatori; nelle ipotesi di reato c’è tutto l’armamentario anti-monopolio. Siamo solo all’avvio di un’indagine, non si sa come andrà a finire. Però l’iniziativa colpisce per la novità. Dagli anni 90 in poi i big di Internet avevano goduto di un’impunità “ideologica”, fondata anche sull’erronea convinzione che l’apparente “gratuità” di Internet fosse tutta a beneficio dei consumatori.

Federico Rampini

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