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Usa, l’ultimo paradiso fiscale

Il posto più sicuro dove nascondere il proprio capitale agli occhi del fisco? Gli Stati Uniti d’America. In particolare alcuni stati come il Delaware, il Nevada e il Wyoming. Mentre il South Dakota conosce da qualche anno una crescita esponenziale dei trust, costituiti per accogliere i capitali degli straricchi di tutto il mondo in fuga dai paradisi fiscali in fase di smantellamento, ai quali è garantito un anonimato assoluto. Paradossalmente, è proprio l’America del presidente Obama, quella che ha portato avanti dal 2009 in modo determinato la battaglia decisiva che sta abbattendo muri di opacità che resistevano da secoli, a essere rimasto uno dei pochi porti sicuri per i capitali in cerca di anonimato. Le altre roccaforti che ancora restano abbarbicate in difesa della riservatezza e dell’opacità sono spesso paesi dalla scarsissima affidabilità politica o isolette sperdute nell’oceano.

Nella tabella che ItaliaOggi Sette pubblica, al primo posto in termini di segretezza risulta ancora la Svizzera, mentre gli Usa sono solo terzi, ma si tratta dei dati di un’inchiesta fatta dal Tax justice network riferiti al 2015. Probabilmente oggi sul gradino più alto del podio ci sono proprio gli Stati Uniti, grazie anche alle maniere forti da loro usate contro la Svizzera e gli altri paradisi fiscali. Non è un caso se consulenti di tutto il mondo stanno usando la resistenza degli Stati Uniti a tutti gli standard dell’Ocse come strumento di marketing per spostare denaro dall’estero verso stati Usa, vantaggiosi sia per il livello delle tasse che per il rispetto della riservatezza. Il paradosso è talmente evidente che più volte lo stesso presidente Obama ha annunciato un piano per combattere l’evasione fiscale Oltreoceano e i paradisi fiscali. Ma il vero obiettivo della battaglia sono quelle società americane che ancora riescono a evadere le imposte trasferendo le proprie operazioni o i loro conti bancari al di fuori degli Stati Uniti. La riforma annunciata pochi giorni fa si propone quindi di impedire che le aziende Usa riescano a eludere il pagamento dei loro oneri fiscali come hanno fatto finora, ricorrendo all’imputazione degli utili a bilanci di società estere invece di registrare i profitti negli Usa.

Di fatto gli Usa vogliono continuare la loro battaglia, che ha avuto nei Fatca il punto di svolta, con l’obiettivo di mantenere traccia degli asset Usa all’estero, ma non si sono finora preoccupati granché dei capitali esteri esistenti negli Usa. Infatti non partecipano allo scambio automatico di informazioni con gli altri paesi in presenza di trust o società e, nella maggior parte degli stati americani, continua a esistere almeno in parte il segreto bancario, i dati di trust e fondazioni sono riservati, idem la proprietà e i bilanci delle società. Una trasparenza, dunque, a senso unico che finisce per trasformare molti stati americani nel punto di arrivo di gran parte dei capitali in fuga da ex paradisi fiscali ora in fase di smantellamento.

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