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Usa, la poltrona che scotta

 

La certezza è che, in ogni caso, il prossimo segretario del Tesoro statunitense non avrà vita facile. Da un lato dovrà trovare le risorse per il piano economico del presidente eletto Donald Trump, basato su investimenti infrastrutturali. Dall’altro dovrà portare avanti la deregolamentazione finanziaria voluta dal miliardario newyorkese. E nel frattempo dovrà cercare di arginare la prepotente voglia di protagonismo di The Donald.

I papabiliSecondo gli analisti di Hamilton Place, celebre società di consulenza strategica di Washington, il più quotato resta Steven Mnuchin, l’eccentrico banchiere con un passato a Goldman Sachs che è diventato il principale consigliere economico di Trump, mentre nel tempo libero si diletta a produrre blockbuster hollywoodiani come American Sniper e X-Men . Laureato a Yale, membro della confraternita Skull and Bones — la stessa di George W. Bush e del segretario di Stato John Kerry —, è a tutti gli effetti uno dei membri di quella élite finanziaria contro cui più volte Trump si è scagliato durante la campagna elettorale. La scorsa settimana Mnuchin ha ricevuto l’endorsement di Lloyd Blankfein, amministratore delegato di Goldman Sachs: «È una persona davvero molto intelligente, ho seguito passo-passo tutta la sua carriera». E non c’è motivo di dubitarne, dato che Mnuchin fu uno degli artefici della raccolta fondi del Democratic Party negli anni passati, coinvolgendo proprio la famiglia Blankfein. «È un rainmaker, uno di quelli che sa dove sono i soldi e sa come ottenerli», si scrive nell’ultimo rapporto di Hamilton Place. Ciononostante, resta l’incognita di come potrà essere al Tesoro.

Nei giorni scorsi, però, all’ingresso della Trump Tower sulla Fifth Avenue nella Midtown Manhattan si è palesato anche Jeb Hensarling, membro della Camera dei Rappresentanti per il Texas. Ma non solo. È anche il numero uno del House Financial Services Committee, la branca della Camera che supervisiona tutta l’industria finanziaria, la Federal reserve, il Tesoro e la Securities and exchange commission (Sec, la Consob americana). Nato il 29 maggio del 1957 a Stephenville, cittadina nel cuore del Texas che si è autodefinita «Capitale mondiale dei cowboy», Hensarling si è laureato in legge a Austin. Da sempre repubblicano, è stato uno dei più feroci politici contrari al bailout delle banche statunitensi organizzato nel 2008 dall’allora segretario del Tesoro, Henry Paulson, e dal predecessore di Janet Yellen alla Federal Reserve, Ben Bernanke.

Nello specifico, l’attacco di Hensarling fu incentrato sull’incertezza relativa al piano da 700 miliardi di dollari nato dopo il crac di Lehman Brothers. «Nessuno sa veramente se questo programma funzionerà, anche se tutti lo speriamo. Nessuno sa veramente quanto sarà l’esposizione sui contribuenti. Non possiamo permettere che si crei un mondo in cui i nostri figli paghino le nostre colpe di oggi», disse Hensarling al Congresso.

Meno probabiliIn discesa sono invece apparse fin da subito le quotazioni di Tom Barrack, uno dei migliori amici di Trump. Fondatore di Colony Capital e immobiliarista, Barrack ha giocato un ruolo cruciale nella campagna elettorale di The Donald. È infatti lui che ha presentato Mnuchin a Trump, dopo che i due si sono incontrati nel ranch di 1.200 acri di Barrack a Santa Barbara, in California. Chi negli ultimi giorni ha visto calare in modo vistoso le proprie chance al Tesoro, secondo gli analisti, è Tim Pawlenty, già governatore del Minnesota. Nato nel 1960 a Saint Paul, capitale del Minnesota che con Minneapolis crea il duo Twin Cities celebre in tutti gli Stati Uniti, Pawlenty è un repubblicano di lungo corso.

Considerato un politico capace e pragmatico, nel 2011 decise di correre alle primarie del suo partito, ma poi finì per appoggiare la candidatura alle presidenziali di Mitt Romney. Attualmente è l’amministratore delegato della Financial services roundtable (Fsr), la più influente lobby finanziaria statunitense, con sede nella capitale americana. E negli ambienti di Washington si dice che ci sia proprio T-Paw — questo è il suo nomignolo — dietro alle richieste di Trump riguardanti le modifiche al Dodd-Frank Act, la riforma finanziaria voluta da Barack Obama.

Gli outsiderTuttavia, nell’ultima settimana i telefoni della Trump Tower hanno continuato a chiamare possibili candidati, meno istituzionali. Come James Dimon, amministratore delegato di JP Morgan, che è stato sondato più volte dai consiglieri di Trump per la transizione con l’amministrazione Obama. Dimon ha ripetuto di non essere della partita, forse perché consapevole che la poltrona del Tesoro sarà una di quelle che scotterà di più. O come Wilbur Ross, il finanziere che con la sua WL Ross & Corp predilige gli investimenti in società disastrate da poi rimettere in piedi. Ma per Ross si parla da giorni anche di un ruolo al dipartimento del Commercio.

Le sfide del successore di Jacob Lew al Tesoro non sono poche. Ma con la maggioranza al Congresso, è facile che possa procedere spedito come mai nella storia americana. Quanto agli effettivi benefici per l’economia statunitense, solo la storia potrà certificare la loro efficacia.

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