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Usa, la banca passa dalla cassa

L’ultima vittima si chiama Lloyds Banking Group. Il colosso finanziario britannico finito nel mirino delle autorità americane per un caso di presunta manipolazione dei tassi di riferimento del mercato sarebbe pronto a fare la sua parte mettendo mano al portafogli per staccare un assegno milionario. Così come già fatto, negli ultimi anni, da alcuni tra i maggiori protagonisti della finanza internazionale. Almeno da quando il governo di Washington ha avuto conferma dell’efficacia della propria politica del ricatto. Era il 19 febbraio 2009. E dopo un’inchiesta andata avanti per alcuni mesi, il colosso finanziario svizzero, Ubs, non poteva far altro che capitolare di fronte alla giustizia americana accettando di rivelare i nominativi di 250 clienti statunitensi in possesso di un conto corrente cifrato in Svizzera al solo scopo di evadere le tasse. Risultato, per chiudere la vicenda, la banca fu costretta a pagare una multa da 780 milioni dollari (578 milioni di euro) come risarcimento per le imposte non corrisposte al Tesoro degli Stati Uniti, oltre a fornire all’Irs (l’agenzia delle entrate Usa) informazioni precise su tutti i 52 mila clienti americani di Ubs. Mai prima d’ora un’indagine per reati tributari connessa con una banca straniera aveva portato a risultati tanto incoraggianti. Al di là dei 780 milioni di dollari incassati subito, infatti, le autorità americane erano riuscite a mettere le mani su un piccolo tesoretto di informazioni che, di lì a breve, si sarebbe tradotto in un fiume in piena di denaro per le casse dello Stato. Sia attraverso i flussi di capitale in entrata legati agli interventi di voluntary disclosure messi in atto dagli evasori redenti. Sia sotto forma di multe e sanzioni comminate a quelli più temerari. Un meccanismo perfetto, migliorabile, tuttavia, sotto il profilo del target. Al di là della questione fiscale, infatti, le banche straniere e perché no, anche quelle americane, potevano costituire la gallina dalle uova d’oro in un momento delicato per la sostenibilità delle finanze pubbliche a stelle e strisce. Meglio cioè andare a bussare alla porta di un miliardario per riscuotere il pagamento di una sanzione, piuttosto che imbarcarsi in attività time consuming destinate a generare incertezza sull’efficacia del risultato. Si è così preferito affiancare la normale attività di contrasto all’evasione con un sistema sanzionatorio nei confronti del mondo finanziario certamente più redditizio. I numeri parlano chiaro. Dall’avvio della crociata americana alla moralizzazione delle banche avvenuta nel 2009, il governo degli Stati Uniti ha incassato circa 200 miliardi di dollari di multe (149 miliardi di euro). Ammontare equiparabile alla ricchezza (pil) prodotta in 2 anni dal Marocco, in 4 anni dalla Slovenia o dalla Tunisia, e in 5 anni dalla Costa Rica, per fare degli esempi concreti. Ecco allora che dopo Bnp Paribas, chiamata a risarcire il governo d’Oltreoceano per avere violato sanzioni Usa in Paesi come Sudan e Iran, è arrivato il momento di Citigroup. Il colosso americano ha appena siglato un accordo da 7 miliardi di dollari (5,18 miliardi di euro) per porre fine alle accuse di vendita impropria di mutui nel periodo precedente alla crisi finanziaria. La banca americana, pagherà 4,5 miliardi (3,34 miliardi di euro) in contanti a titolo di multa e 2,5 miliardi (1,85 miliardi di euro) di risarcimenti ai clienti sotto forma di agevolazioni di vario tipo. La sanzione finanziaria consisterà in un esborso di 4 miliardi (2,96 miliardi di euro) a favore del Dipartimento di giustizia americano e di 500 milioni (370 milioni di euro) agli Uffici dei procuratori generali coinvolti nell’indagine sulle Residential Mortgage-Backed Securities e alla Federal Deposit Insurance Corporation. Ma c’è già chi ipotizza l’avvio di una reazione a catena che potrebbe interessare diversi istituti di credito del Vecchio continente. Commerzbank in primis, per cui i ben informati parlano di una sanzione di 500 milioni di dollari in arrivo per non aver rispettato l’embargo all’Iran. Ma potrebbe trattarsi soltanto della punta dell’iceberg di una nuova tornata di salassi. Una sorta di rappresaglia che le autorità americane sembrano intenzionate a usare, come avevano fatto nell’ambito di altri scandali, come quello sulle presunte manipolazioni del Libor. Secondo il Wall Street Journal, infatti, istituti come la tedesca Deutsche Bank, Unicredit e la francese Credit Agricole sembrano temere multe ben più elevate rispetto a quanto precedentemente ipotizzato. «Esistono problemi che tendono a ripetersi», ha affermato il nuovo direttore dell’Autorità federale svizzera di vigilanza sui mercati finanziari (Finma), Mark Branson. «Numerosi casi di relazioni d’affari scorrette hanno minato la fiducia delle autorità politiche, del pubblico e dei mercati nei confronti delle banche. La moltiplicazione di affari implicanti delitti fiscali e manipolazioni del mercato sono l’esempio più chiaro di questi fenomeni. In questi casi, la miglior medicina è l’autodisciplina delle banche». Niente da obiettare in un mondo ideale, in cui le sanzioni ricalcano la voce della giustizia e non la legge del più forte.

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