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Usa, Fed ottimista sulla crescita «Ma sale la pressione sui salari»

Dopo lo scivolone di martedì, alimentato ancora dall’ondata di panico che viene dalla Cina, mercati in ripresa ieri (dal +0,75% della Borsa di Milano al +1,83% dell’indice Dow Jones, con Wall Street che ha recuperato 293 punti, i due terzi delle perdite del giorno prima). Risultati legati soprattutto alle notizie abbastanza positive che vengono dall’economia Usa, oltre che dal moderato ottimismo del Fondo Monetario (per la Lagarde la crisi cinese è seria, ma era prevista ed è gestibile) e dall’intervento di Pechino che, con un’ondata di acquisti in chiusura, ha evitato un’altra giornata pesante alle Borse cinesi. 
Oggi si riunirà il consiglio direttivo della Banca centrale europea che dovrà esaminare i due fronti caldi della Grecia e della Cina e le eventuali contromisure da predisporre (Mario Draghi pronto ad incrementare gli stimoli monetari, se necessario). Ma l’attenzione dei mercati è già rivolta soprattutto agli Stati Uniti e alla Federal Reserve che fra due settimane sarà chiamata a decidere se ritoccare all’insù i tassi d’interesse: un piccolo intervento (0,25%) che, però, avrebbe il sapore di un segnale epocale visto che l’ultimo aumento del costo del denaro risale al 29 giugno del 2006 e che da quasi sette anni (dal 16 dicembre 2008) i tassi sono stati azzerati.
Dopo i segnali contrastanti venuti dalla Banca centrale Usa nei giorni scorsi (il capo della Fed di New York, Bill Dudley, che è parso propenso a rinviare gli interventi per non ampliare gli effetti negativi della tempesta asiatica e del «superdollaro», mentre il vicepresidente Stanley Fischer ritiene più opportuno mantenere la rotta fissata prima dell’estate, anche perché vede qualche rischio dal lato dell’inflazione), ieri il «beige book» redatto dall’istituto guidato da Janet Yellen ha tracciato un quadro dell’economia relativamente rassicurante. Mentre anche il rapporto Adp sull’impiego ha confermato che le assunzioni continuano a crescere a ritmo abbastanza sostenuto. Positivi pure i dati sulla produttività: nel secondo trimestre 2015 la produzione di beni e servizi per ora lavorata è cresciuta del 3,3 per cento. E’ l’incremento maggiore da due anni.
Quanto al libro «beige», quello della Fed è il quadro di un’economia che, dopo l’impennata (+3,7%) del secondo trimestre, cresce anche nel terzo, probabilmente tra il 2 e il 3 per cento: più assunzioni, pressioni sui salari, mercati immobiliari ancora in crescita. E’ questo il quadro che spingerebbe la Fed a non cambiare rotta sui tassi: i banchieri centrali, sostiene l’ex mago dei fondi obbligazionari, Bill Gross, si rendono conto che, anche se un aumento dei tassi può avere controindicazioni, è ormai necessario tornare verso la normalità, visto che anni di denaro a costo zero hanno pericolosamente intaccato il «business model» di parti importanti del sistema economico come i fondi pensione e le compagnie assicurative.
Il rapporto della Banca centrale indica che da 11 dei 12 distretti Usa vengono notizie positive. Ma c’è anche preoccupazione per l’impatto che il minor dinamismo dei Paesi emergenti e l’alto valore del dollaro potranno avere sull’attività manifatturiera Usa. Saliranno i tassi già il 17 settembre? La maggioranza degli operatori ritiene che l’intervento ci sarà ma a fine anno: in un sondaggio il 27% vota per un aumento già a settembre mentre per il 60% il ritocco arriverà a dicembre.

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