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Usa e Spagna danno slancio alle Borse

I segnali di risveglio dell’economia americana infondono fiducia negli operatori. Così, dopo il calo di venerdì, ieri è tornata la voglia di acquisti sui listini europei. Milano, la migliore d’Europa grazie al traino delle banche e dei titoli ciclici, è salita del 2,83%, ma buone sono state anche le performance delle altre piazze europee: Parigi è migliorata del 2,39%, Francoforte dell’1,53%, Madrid dello 0,98%. Lo stesso ottimismo si è respirato anche sull’obbligazionario: lo spread tra i tassi italiani e tedeschi a 10 anni si è ristretto a 369 punti base dai 370 di venerdì e il rendimento del BTp è arretrato a quota 5,13%. Più debole Wall Street: l’S&P ha visto evaporare i guadagni realizzati durante la seduta chiudendo a +0,26%, nonostante le parole rassicuranti di Bernanke sulla prosecuzione della politica monetaria ultra-espansiva.
Insomma, quella di ieri è stata una seduta per gran parte vissuta nel segno della maggiore propensione al rischio. A favorire in parte questo miglioramento dell’umore è stata la diffusione di un dato economico americano. Alle 16 (ora italiana) sono state pubblicate le statistiche sull’attività manifatturiera americana di settembre, sintetizzate nell’Ism: per la prima volta dopo tre mesi l’indice è andato inaspettatamente oltre i 50 punti (51,5 punti dai 49,6 di agosto), quota che separa la contrazione dall’espansione economica. Per gli indici globali è stata una scossa: il Ftse Mib ha guadagnato all’istante 100 punti (passando da 15.300 a 15.400 punti), il Dax ha sfondato la quota dei 7.300 punti, l’S&P è salito di 1 punto percentuale secco.
Agli occhi degli operatori il report Ism è apparso, giustamente, di conforto. Attenzione però: per quanto positivi, i numeri dell’Ism potrebbero rivelarsi anche illusori, come in parte ha confermato il ripiegamento di Wall Street nel finale. Al contrario delle rilevazioni sul Pil, ad esempio, quello fornito dell’Institute for Supply Management è un indice di tendenza. Non solo: secondo alcuni analisti, la differenza tra i 49,6 punti di agosto e i 51,5 punti attuali non è neppure clamorosa.
Insomma, il numero giustifica solo in parte la reazione brillante dei listini europei. Che, tra l’altro, sono saliti sin dall’avvio nonostante una disoccupazione in Eurozona a livelli record (11,4%) e i Pmi cinesi peggiori delle attese. La sensazione è che ieri gli operatori volessero allargare il portafoglio e aumentare la propria esposizione in equity indipendentemente dalle indicazioni in arrivo dall’economia reale e che il dato macro abbia solo fornito ulteriore propellente a questo movimento.
Ma da cosa trae origine allora questa pur effimera voglia di equity? Per molti osservatori si tratta di una reazione tecnica, uguale ed opposta a quella registrata venerdì: così come nell’ultima seduta della scorsa ottava molti fondi passivi hanno dovuto ridurre l’esposizione azionaria (che nel corso del trimestre era aumentata di valore) per adeguarsi al benchmark di riferimento, così ieri c’è stato un ribilanciamento delle posizioni. Del resto, una volta digerito l’esito degli stress test sulle banche spagnole ed evitato il downgrade del debito iberico, la strada è apparsa in discesa.
Il “canovaccio” di ieri, tuttavia, potrebbe ripresentarsi altre volte nel breve termine. Gli operatori continueranno infatti a rimanere stretti tra due fuochi. Da una parte premerà la voglia di acquisti innescata dalla droga di liquidità iniettata dalle banche centrali. Dall’altra peseranno i timori, e quindi la spinta alle vendite, riconducibili alla singhiozzante condizione in cui versa l’economia globale. In questo estenuante “tiro alla fune”, ogni novità positiva che arriverà dai fondamentali economici reali deporrà a favore dell’investitori verso asset più rischiosi. Al contrario, ogni news negativa, costringerà gli operatori a vendere. Il rischio è che tutto ciò avvenga in maniera molto schizofrenica.

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