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“Usa e Grecia mine vaganti sulla mossa di Draghi”

«Il quantitative easing è sicuramente la misura più appropriata da intraprendere. Sono felice che sia stato lanciato, però a questo punto bisogna valutare con attenzione due incognite, la Grecia e l’America». Paul de Grauwe, classe 1946, già parlamentare laburista belga e consulente di Fmi e Bce, oggi capo del dipartimento Europa alla London School of Economics, ha condotto una strenua battaglia personale per dimostrare che era nei pieni poteri della Bce varare il Qe, fin dai tempi in cui prevaleva la linea tedesca della negazione assoluta. Ora che «la cosa giusta da fare è stata fatta», avverte che nel frattempo si sono insinuati due caveat assai insidiosi.
Che la Grecia sia una mina vagante è difficile non vederlo. Qual è invece il problema con l’America?
«La Fed ha annunciato il rialzo dei tassi e subito quelli a lungo sono saliti oltre il 2% rendendo bond e titoli denominati in dollari così interessanti che la valuta Usa si è impennata. Di fronte a questa reazione la Fed può ripensarci, dipende dall’Europa: se il Qe innesca una buona crescita, lo sviluppo europeo e americano proseguiranno all’unisono, forti e stabili, e la Fed alzerà effettivamente i tassi. Altrimenti rinvierà, provocando l’ennesima rivoluzione globale».
Qual è il livello di guardia, la parità dollaro/ euro?
«Non è detto. Nel 2001 l’euro valeva 0,85 dollari e nessuno si sconvolgeva. Ripeto, dipende dalla forza della crescita Usa, funzione anche di quella europea. L’America può non farcela a restare la sola locomotiva mondiale ora che i “Bric” rallentano».
Perché il Qe non dovrebbe farcela a spingere la ripresa?
«Diamo anche per superata la questione dei ritardi, forse è meglio che parta ora che sono stati superati i contrasti politici. Ma qui subentra la situazione che stiamo vivendo: l’incredibile stallo sulla Grecia. Possibile che con buona volontà, senza pregiudizi reciproci e qualche concessione da una parte e dall’altra, non si arrivi a un accordo? Ancora oggi sento esponenti dei Paesi nordici dire “Gliela faremo pagare ai greci”. Ma come, vi hanno promesso la lotta all’evasione, l’imposizione sugli oligarchi, le privatizzazioni, volete dargli il tempo?» Anche da Atene lo spirito di collaborazione a volte vacilla.
«Certo, quel Varoufakis…ma si rende conto che con le sue dichiarazioni e con il suo atteggiamento poco conciliante fa male al suo Paese prima di tutto, e poi all’Europa intera? Non c’è tempo: se l’ impasse non si risolve, gli investitori torneranno a ripensarci, a stare alla larga dall’Europa, a rinviare gli impegni con il risultato di far ripiombare l’area euro nella deflazione, proprio il male che con il Qe si vuole combattere. Come insegna Milton Friedman, il modo più elementare per riportate l’inflazione è stampare moneta, ma se poi questa non viene usata come propellente per l’economia si crea solo una gigantesca bolla speculativa da liquidità. Sarebbe un vero peccato, ora che il basso costo del petrolio apre nuovi spazi per i consumatori e i tassi sono sui minimi ».
Sulla Grecia si parla di 20-40 miliardi di nuovi aiuti. È verosimile?
«Devono decidere i Parlamenti. Non ce la vedo la Merkel che si presenta al Bundestag annunciando che c’è bisogno di nuovi soldi per i greci quando questi scagliano improvvide minacce. È più conveniente ristrutturare il debito greco, se non volete usare questo termine diciamo rinviare le scadenze e non caricare sui tassi. Ma perché il Qe riesca pur in presenza dei fantasmi greci, i Paesi devono generare all’interno la capacità di crescita che faccia superare il noto algoritmo: lo sviluppo dev’essere maggiore dei tassi perché si crei spazio per l’allentamento fiscale».
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