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Usa-Cina, non solo dazi in palio l’egemonia globale

America- Cina: tutto sta cambiando nel rapporto tra le due superpotenze mondiali e ne risentiremo a lungo le conseguenze. Le turbolenze dei mercati o l’attacco di Donald Trump alla sua banca centrale («la Federal Reserve è impazzita», posizione ribadita ieri « Non licenzierò Powell ma sono deluso » ) sono increspature alla superficie della crosta terrestre. Annunciano – in modo imperfetto e parziale – qualcosa che si sta muovendo nelle profondità. La storica visita di Richard Nixon a Mao Zedong, l’atterraggio a Pechino il 21 febbraio 1972 dell’Air Force One dopo un quarto di secolo senza relazioni diplomatiche, non venne capita subito. Nel lungo periodo avrebbe generato Deng Xiaoping e le sue riforme di mercato, ma anche il massacro di Tienanmen; l’ingresso della Cina nel Wto e il decollo verso il benessere di un miliardo di persone, ma anche l’impoverimento del ceto medio occidentale e i populismi. Oggi quell’intera fase probabilmente si sta chiudendo sotto i nostri occhi; dopo un lungo periodo di complementarietà e cooperazione Usa-Cina stiamo avviandoci verso qualcos’altro. Non tutto nasce con Trump né è colpa sua. Le regole del gioco della globalizzazione, fissate tra il 1999 e il 2001 su misura per una Cina allora poverissima, stanno ormai strette a un Occidente in difficoltà. La guerra commerciale che viene imputata all’America fu cominciata – e stravinta – dalla Cina. Le convulsioni che preannunciano un grande aggiustamento, si sovrappongono alla fine dell’emergenza monetaria, al possibile ritorno dell’inflazione, alle crisi debitorie dei paesi emergenti. Ecco i focolai da tenere d’occhio.
Effetto dazi
Non c’è stata l’Apocalisse, ancora una volta gli esperti hanno preso cantonate. L’istinto di Trump lo aveva guidato bene: è la Cina ad essere più vulnerabile, una nazione che esporta negli Usa il quadruplo di quello che importa, non può reggere a lungo il braccio di ferro. Ma questa Casa Bianca non punta solo a strappare regole più eque e comportamenti meno pirateschi: vuole frenare l’ascesa cinese nelle tecnologie avanzate, il “ piano 2025” di Xi Jinping. Matura uno scontro ben più vasto e micidiale tra l’impero in declino e l’impero ascendente. Qualcuno parla di “effetto Sputnik”, ricordando lo shock dell’America quando venne sorpassata dall’Urss nella corsa allo spazio.
Inflazione
Un danno che i dazi possono infliggere è indiretto: se rilanciano l’inflazione americana, costringeranno la Fed ad alzare i tassi più vigorosamente e più spesso. La stretta monetaria potrebbe innescare la prossima recessione. Per ora di questo effetto inflazionistico non v’è traccia. L’indice dei prezzi al consumo perfino negli Stati Uniti – un’economia che ha nove anni di crescita alle spalle – resta moderato. Ma i prodotti che arrivano sugli scaffali virtuali di Amazon o nei reparti di WalMart provengono da scorte accumulate prima dei dazi. E il made in China attutisce parzialmente l’effetto dazi con una nuova svalutazione del renminbi. Quest’ultima però non può che rilanciare le accuse americane di manipolazione competitiva del cambio.
Tassi
Trump non pensa davvero che sia folle il banchiere centrale da lui stesso nominato, Jerome Powell. Gli contesta però un eccesso di zelo, un rialzo dei tassi mirato a prevenire un’inflazione che non c’è. Ma la Fed è prudentissima, alza i tassi col contagocce; e la tendenza all’aumento dei rendimenti è inevitabile. Il mondo post-2008 fu inondato da 4.500 miliardi di dollari con il “quantitative easing”, escogitato come terapia estrema contro la recessione. La ricreazione è finita, quella marea di dollari si stava già ritirando da tempo. E mezzo pianeta sta soffrendo una crisi di astinenza. La Cina stessa ha aumentato la sua dipendenza dal dollaro come dimostrano le sue ripetute emissioni di titoli del Tesoro in valuta Usa. Dall’Argentina alla Turchia, troppe economie emergenti sono al default o quasi perché non riescono a ripagare debiti in dollari. Peggio ancora è la montagna di debiti sommersi che Pechino ha disseminato in quei paesi che incautamente accettarono i suoi faraonici investimenti in infrastrutture. Più delle Borse azionarie fa paura quel che accadrà ai bond: i titoli a reddito fisso sono un multiplo degli stock di azioni, e si svalutano quando salgono i tassi.
Economia reale.
Il Fondo monetario ha già corretto al ribasso le sue previsioni di crescita per le due locomotive globali, America e Cina. Lo stesso Fondo riscopre la sua vocazione più antica, di pompiere: accorre a spegnere i primi focolai di bancarotte sovrane, dall’Argentina al Pakistan. Tra i primi segnali che la cinghia di trasmissione sta contagiando l’economia reale, c’è la Ford che perde un miliardo e licenzia. Nessuno compatisce Jeff Bezos perché ha “ perso” 9 miliardi di ricchezza in una seduta di Borsa, però questo non incoraggerà altri ad alzare i salari minimi imitando Amazon. I giganti delle tecnologie digitali sono penalizzati sia perché erano saliti a quotazioni assurde, sia perché lo scontro titanico fra America e Cina li riguarda in prima persona: la logistica delle delocalizzazioni di Apple, è la fedele mappa geografica di una globalizzazione che oggi viene rimessa in discussione.
Chi governerà la prossima crisi
Non sappiamo quando né come né dove, ma una crisi ci sarà. L’economia ha i suoi cicli stagionali e questa ripresa americana è già adesso una delle più lunghe della storia. La crescita cinese non ha pause dal 2003, quando incappò nell’epidemia Sars: con tutto il rispetto per Xi Jinping, è poco probabile che abbia inventato il moto perpetuo. Il problema è che la prossima crisi globale – qualunque ne sia il luogo d’origine e la causa scatenante – sarà la prima dell’èra sovranista. Lo shock del 2008 venne gestito da leader come Barack Obama, Hu Jintao, Gordon Brown, Mario Draghi: personalità di un altro mondo. Xi Jinping ha lavorato per costruire le premesse di uno scontro, non solo col suo rafforzamento militare e il suo espansionismo geopolitico, ma teorizzando apertamente che il suo sistema politico autoritario è più efficace delle nostre scassatissime liberaldemocrazie. Se si trova in difficoltà, non vorrà certo perdere la faccia. E in questo assomiglia molto al presidente degli Stati Uniti. La settimana scorsa il vice di Trump, Mike Pence, è andato allo Hudson Institute di Washington a presentare la “ nuova dottrina cinese”. Si è spinto ben oltre la sfera commerciale, ha parlato di abusi contro i diritti umani, la libertà di religione, le minoranze etniche. Ha denunciato le ingerenze di Pechino nell’attuale campagna elettorale americana. Ha detto alcune cose vere, alcune verosimili, e in certi casi condivise dalla critica di sinistra contro il modello Xi Jinping. Ha dato la prova che l’intero establishment americano, ben al di là della base di Trump, ha cambiato idea sulla natura della sfida cinese. Tutti quanti dobbiamo allacciare le cinture.

Federico Rampini

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