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Usa, banche di fronte a un bivio

A mali estremi, estremi rimedi. Schiacciata sotto il peso di un’evasione internazionale da 100 miliardi di dollari l’anno, l’amministrazione americana ha deciso di passare alle maniere forti discostandosi dal sistema della diplomazia e degli accordi condivisi che ha prodotto risultati piuttosto modesti ai Paesi del G20. E così, all’indomani del successo del caso Ubs, che ha portato nel 2009 alla consegna al Fisco Usa di 4.450 nominativi di cittadini americani in possesso di conti cifrati in Svizzera oltre al pagamento di una multa da 780 milioni di dollari, l’Agenzia delle Entrate a stelle e strisce ha deciso di seguire la via della tolleranza zero verso i Paesi non collaborativi sotto il profilo fiscale. Forte della propria condizione di locomotiva dell’economia mondiale, nel 2010 l’Irs ha messo a punto una nuova cornice legale (il Foreign Account Tax Compliance Act) capace di stanare gli evasori transnazionali direttamente alla fonte, andando cioè a colpire, dal 1° luglio 2014, le banche estere, le Sim, Sgr, società fiduciarie, trust, fondi di investimento e alcuni tipi di compagnie di assicurazione che favoriscono il segreto bancario. In che modo? Concedendo due opzioni agli istituti di credito: siglare un accordo vincolante con l’Irs in cui si prevede l’identificazione degli investitori statunitensi che detengono conti e/o strumenti finanziari di importo superiore ai 50 mila dollari, e comunicare periodicamente alcune loro informazioni. O subire un’imposizione del 30% sui redditi di natura finanziaria di fonte americana e sui pagamenti a essi correlati come interessi, dividendi, canoni, salari, compensi. Per chi decidesse di non schierarsi né dall’una, né dall’altra parte evitando così di registrarsi nella lista degli intermediari collaborativi, la risposta degli Usa è una sola: non potranno operare in alcun modo sul territorio americano. Un bel deterrente, non c’è che dire, che si è tradotto nella corsa ad accaparrarsi un posto nel database degli istituti di credito conformi ai precetti del Fatca. Gli ultimi dati rilasciati dall’Irs nei giorni scorsi parlano, infatti, di un esercito di 77 mila entità finanziarie accreditate al tool online per la registrazione come Ffi (Foreign financial institution). La parte del leone spetta al Regno Unito con oltre 6.200 istituzioni finanziarie pronte a comunicare per via automatica a Washington i nomi e cognomi dei propri correntisti americani, oltre a numeri di conto, indirizzo e saldo di conto corrente. In Germania si sono accreditati in 2.555, in Francia sono 2.291 e 457 in Italia.

Ma a stupire ancora di più sono i numeri della Svizzera, da sempre roccaforte del segreto bancario. Dopo la firma dell’accordo Fatca tra Berna e Washington avvenuta il 14 febbraio 2013, il mondo finanziario elvetico ha dovuto accettare le condizioni imposte dagli Usa. A tal punto che oggi sono 4.041 le banche elvetiche decise a collaborare con l’Irs fornendo informazioni sui propri correntisti americani. E questo, nel tentativo di scongiurare che si arrivi a un nuovo caso Credit Suisse. Il colosso del credito svizzero, nelle scorse settimane è stato infatti condannato dalla Giustizia americana a pagare una multa record di 1,8 miliardi di euro per aver aiutato facoltosi clienti americani a evadere le tasse. E per questo, dovrà pagare 2 miliardi di dollari al Dipartimento di giustizia statunitense, oltre a 715 milioni al New York State Departement of Financial Services (l’agenzia dello Stato della grande mela responsabile per la regolamentazione dei servizi finanziari) e 100 milioni alla Federal Reserve (la banca centrale americana).

La Svizzera non rappresenta, tuttavia, il solo paradiso fiscale a essersi conformato alle nuove regole del Fatca. Nella lista bianca dell’Irs figurano anche 3.560 banche del Lussemburgo, 1.838 delle Isole Vergini, 1.540 di Hong Kong e 611 delle Bahamas.

Il grande fratello del Fisco americano non sembra volersi limitare, tuttavia, soltanto alla collaborazione delle banche straniere.

Per stanare gli evasori, i vertici dell’Irs hanno imposto sanzioni penali e amministrative piuttosto importanti per chi nasconde capitali all’estero: bastano 10.000 dollari su un conto estero non dichiarati per rischiare fino 5 anni di reclusione e una multa di 500.000 dollari.

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