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Upgrade dei controlli bancari. Nessun contribuente è immune

Gli accertamenti bancari tentano il salto di qualità. Dopo l’estensione delle verifiche sui conti correnti dalla società ai suoi soci o amministratori e dall’imprenditore o dal professionista ai suoi familiari o amici, ecco che comincia a farsi sempre più spazio anche la possibilità di assoggettare a indagini finanziarie qualunque tipologia di contribuente, sia esso un titolare di partita Iva o meno. Questo passo in avanti delle verifiche finanziarie risulta avallato dalla giurisprudenza sia della Corte di cassazione che di alcune corti di merito.

A tale proposito abbiamo riassunto nella tabella in pagina le più recenti sentenze, sia di merito sia di legittimità, che confermano il formarsi di un tale orientamento e la sua estrema pericolosità per i contribuenti sottoposti a tali tipologie di indagini e verifiche.

Chiunque può dunque essere oggetto di una verifica bancaria. Verifica che può essere anche non finalizzata a ricondurre i versamenti sospetti ad altro soggetto, società partecipata, familiare titolare di partiva Iva, ma semplicemente a qualificare gli stessi come extra redditi in capo allo stesso titolare del rapporto di conto corrente, indipendentemente dalla sua qualifica e dall’attività svolta.

Questa escalation delle indagini finanziarie trova il suo supporto giuridico nella interpretazione estensiva che la Cassazione ha ritenuto di dover dare agli articoli 32 del dpr 600/1973 e 51 del dpr 633/1972.

In particolare nella recentissima sentenza n. 8047 del 3 aprile scorso (si veda articolo nella pagina seguente, ndr), la Suprema corte ha precisato che «l’articolo 51, comma 2, nn. 2) e 7) del dpr 26 ottobre 1972 n. 633 accorda all’ufficio, in tema di Iva, il potere di richiedere agli istituti di credito notizie dei movimenti sui conti bancari intrattenuti dal contribuente e di presumere la loro inerenza a operazioni imponibili, ove non si deduca e dimostri che i movimenti medesimi siano stati conteggiati nella dichiarazione annuale o siano ricollegabili ad atti non soggetti a tassazione».

Tale presunzione, prosegue la sentenza, «ha portata generale e riguarda le dichiarazioni dei redditi di qualsiasi contribuente, a prescindere dall’attività svolta».

Soltanto due anni prima la stessa Corte di cassazione aveva avuto modo di pronunciare parole del tutto simili riguardo alle analoghe disposizione vigenti in materia di accertamenti bancari nel settore delle imposte dirette, ovvero gli articoli 32 e 38 del dpr 600/1973. Il riferimento è al contenuto della sentenza n.19692 del 23 giugno 2011 nella quale si legge come «gli artt. 32 e 38 del dpr 600/1973 hanno portata generale e pertanto riguardano la rettifica delle dichiarazioni dei redditi di qualsiasi contribuente, quale che sia la natura dell’attività dagli stessi svolta e dalla quale quei redditi provengano, la qual cosa in particolare è da ritenersi per quanto relativo all’applicabilità della presunzione di cui all’art. 32, comma 1, n. 2».

Nel solco dei due interventi sopra citati si pone anche la sentenza n. 21132 del 13 ottobre 2011 nella quale la Corte di cassazione sviluppa e arricchisce la tematica degli accertamenti bancari effettuati nei confronti dei non titolari di partita Iva e della loro specifica rilevanza. In detta sentenza si legge infatti che «l’utilizzazione dei dati acquisiti presso le aziende di credito, ai sensi dell’art. 51, secondo comma, n. 2 del dpr 26 ottobre 1972, n. 633, non è subordinata alla prova che il contribuente eserciti attività d’impresa (o di lavoro autonomo): infatti, se non viene contestata la legittimità dell’acquisizione dei dati risultanti dai conti correnti bancari, i medesimi possono essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza di un’eventuale attività occulta (impresa, arte o professione), sia per quantificare il reddito ricavato da tale attività, incombendo al contribuente l’onere di dimostrare che i movimenti bancari che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni non sono fiscalmente rilevanti».

Dunque l’accesso sui conti di un qualsiasi contribuente, anche non imprenditore o professionista, non solo è possibile ma può essere lo strumento attraverso il quale qualificare fiscalmente il reddito occulto costituito dai versamenti non giustificati.

Ma la sentenza da ultimo citata si spinge anche più in avanti entrando direttamente nel merito della ripartizione dell’onere della prova fra fisco e contribuente nell’ipotesi di accertamento bancario sui conti di un soggetto non titolare di posizione Iva.

Le presunzioni di cui all’articolo 51 del dpr 633/72, si legge nella sentenza in commento, non possono essere ritenute irrilevanti al caso di specie.

Ad aggravare la posizione del contribuente nel caso trattato nella sentenza in commento vi era anche l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi e la semplice dimostrazione di un reddito di lavoro dipendente che tuttavia non era sufficiente a dare prova che i movimenti transitati sui suoi conti bancari erano riferibili a tale attività.

A conclusioni simili a quelle della Corte di cassazione sono giunte recentemente anche alcune corti di merito.

Si prenda per esempio quanto deciso dalla Ctr Sicilia nella sentenza n. 115 del 18 settembre 2012. Nel caso sottoposto all’esame dei giudici siciliani, il contribuente basava la sua difesa assumendo di non poter essere assoggettato agli accertamenti bancari non essendo né imprenditore né esercente arti o professioni e pertanto non soggetto alla tenuta delle scritture contabili, unico elemento utile a suo favore al fine di poter fornire una valida prova contraria alle presunzioni dell’ufficio.

Secondo i giudici della regionale, invece, «l’elemento che consente il ricorso all’accertamento bancario va individuato nella riferibilità a reddito imponibile delle movimentazioni riscontrate sul conto corrente del contribuente indipendentemente dal tipo di attività svolta, che nella fattispecie è amministratore di società, anche se non obbligato alla tenuta delle scritture contabili».

Considerato quindi che l’origine delle somme in contestazione, continua la sentenza della regionale Sicilia, è rimasta del tutto ignota e che non vi sono ragioni concrete o plausibili per poterle attribuire a interessi, come asserito dal ricorrente, la tassazione alla fonte su questi ultimi non interferisce con le suddette somme per cui è da escludersi, categoricamente, l’ipotesi di una doppia tassazione.

Dulcis in fundo il dispositivo della sentenza n. 92 della Ctp di Ravenna, emessa il 30 aprile 2012. Secondo i giudici emiliani infatti l’accertamento bancario nei confronti di un soggetto non titolare di partita Iva è più che legittimo e può portare addirittura a evidenziare una vera e propria attività commerciale in nero che nel caso di specie era costituito dal commercio di orologi e gioielli.

In tali situazioni tuttavia, a fronte dell’accertamento dei ricavi, deve essere comunque riconosciuta una quota di costi in proporzione ai maggiori ricavi accertati. Nel caso di specie, si legge in sentenza, «si ritiene congrua una percentuale pari al 20% dimostrata dal ricorrente anche attraverso l’esame di omologhi casi esaminati dalla Corte di cassazione».

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