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Un’ombra sulla ripresa Usa torna la paura dell’inflazione

La ripresa dell’economia americana è così vigorosa che resuscita una paura quasi dimenticata: l’inflazione. Il mercato dei bond spinge i tassi al rialzo, anticipando la rinascita di tensioni sui prezzi. Gli industriali osservano con apprensione le fiammate di rincari di tutte le materie prime, e dei costi di trasporto per i cargo navali. Le piccole imprese vedono arrivare una stangata sul costo del lavoro se passa il raddoppio del salario minimo per legge; i colossi di Big Tech da parte loro temono l’ingresso del sindacato tra i loro dipendenti; nervosa anche Wall Street, dove ieri l’indice S&P 500 ha perso il 2,45%. Il dibattito sull’inflazione traversa l’Atlantico e atterra nell’eurozona, dove i primi a rilanciarlo sono i tedeschi, benché la ripresa del Vecchio Continente sia molto più debole e aleatoria.
Un braccio di ferro virtuale si svolge tra il mercato dei bond da una parte, il governo Biden e la Federal Reserve dall’altra. Il mercato dei titoli a reddito fisso, ricordiamolo, ha una dimensione molto superiore alle Borse per azioni: vale 70.000 miliardi di dollari. Dall’inizio dell’anno ha subito una perdita di valore di quasi l’1,9% come conseguenza della risalita dei tassi. Il mercato dei bond segnala così che sta prendendo sul serio il rischio di una rinascita dell’inflazione. È in sintonia con l’allarme dell’economista Larry Summers, democratico, ex consigliere di Clinton e Obama, che ha criticato la manovra da 1.900 miliardi proposta da Joe Biden perché la considera eccessiva. Senza contare quelle varate nella primavera-estate da Trump, se si sommano solo la manovra natalizia da 900 miliardi (ancora trumpiana), e quella da 1.900 miliardi in corso di discussione al Congresso, l’effetto di sostegno della domanda vale il 13% del Pil, cioè molto più del “buco” di domanda creato da pandemia e lockdown. L’inflazione sarebbe dietro l’angolo, per l’effetto combinato di questi maxi-deficit correnti sul debito pubblico, a cui si aggiunge la politica monetaria iper-espansiva della Fed. La banca centrale oltre ad avere ridotto a zero i suoi tassi direttivi continua a iniettare liquidità con acquisti di 80 miliardi di bond ogni mese. Contro il partito che teme l’inflazione sono scesi in campo i due big della politica economica. Il presidente della Fed, Jerome Powell, ha rassicurato i mercati sul fatto che non ci sono rialzi dei tassi in vista; per lui l’allarme-inflazione è del tutto prematuro, la banca centrale non vede all’orizzonte tensioni sui prezzi, quindi bisogna continuare con la politica attuale per molto tempo. Dello stesso parere la segretaria al Tesoro, Janet Yellen. Lei concentra la sua attenzione sulla disoccupazione: oltre a quasi 10 milioni di americani tuttora senza lavoro, Yellen stima che 4 milioni sono usciti dalla forza lavoro perché scoraggiati dalla crisi, hanno rinunciato a cercare un posto, e altri 2 milioni hanno dovuto accettare di ridurre l’orario e il salario.
La disputa ha un effetto collaterale sul dibattito politico, perché aumenta le resistenze dei repubblicani al Congresso contro la nuova manovra da 1.900 miliardi. L’ex candidato alla Casa Bianca Mitt Romney, oggi senatore repubblicano dello Utah, è uno dei più disponibili al dialogo con i democratici eppure definisce la manovra «un rottame, pieno di sprechi». Il dibattito sull’inflazione è l’altra faccia di uno scontro sulla politica di bilancio che riecheggia perfino nell’eurozona, dove a gennaio l’aumento dei prezzi è tornato ai livelli più alti da un anno, malgrado una ripresa molto più debole. Per adesso l’America ha varato manovre di spesa quasi esclusivamente assistenziali, mancano all’appello i grandi piani d’investimento che pure fanno parte del programma Biden: le energie rinnovabili, l’ammodernamento delle infrastrutture. La spesa pubblica per investimenti, se ben fatta, è preferibile perché arricchisce la capacità produttiva del paese, fa debito ma consegna alle future generazioni un’economia in grado di generare maggiori opportunità. Per adesso Summers è perdente in seno al Partito democratico. È meno minoritario se spostiamo lo sguardo verso i repubblicani. Tra un anno e nove mesi si vota alle legislative di mid-term. Chi comanderà al Congresso dal gennaio 2023 potrebbe imporre l’austerity. A Berlino, Francoforte, Bruxelles, e tra altri “nordici frugali”, potrebbero esserci simili ripensamenti sul Recovery Plan o Next Generation EU.
La banca Goldman Sachs aggiunge la sua voce al coro di previsioni su un “ciclo del Toro” nelle materie prime. In un rapporto prevede un rialzo sostenuto, strutturale, e di lungo periodo nelle commodities. È già da diversi mesi che i prezzi sono in salita, da quando la Cina ha cominciato ad accelerare la ripresa e ha trainato con sé diversi Paesi emergenti. La soia è rincarata del 50% negli ultimi 12 mesi, il rame del 40%. L’aumento dei prezzi riguarda un ventaglio ampio di materie prime, dalle derrate agricole al caffè ai metalli, è l’intero paniere che sale all’unisono. La ripresa americana ora si aggiunge a quella asiatica nel fornire carburante a questo rincaro dei prodotti di base. Alcuni analisti evocano la possibilità di un «superciclo delle materie prime», analogo a quello che iniziò più di 20 anni fa con il decollo cinese. E questo sembra fornire argomenti al revival dell’inflazione.
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