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«Uno strumento europeo per la liquidità»

Tra le assenze più gravi nella grande incompiuta rappresentata dall’Unione bancaria europea c’è uno strumento di liquidità da attivare in modo tempestivo quando scoppia una crisi. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan coglie gli spunti offerti dalle ultime prese di posizione di Elke Konig, la presidente del meccanismo unico di risoluzione bancaria con cui nei mesi caldi di Mps e delle Venete il confronto è stato parecchio vivace, per riprendere il filo di quelle «lezioni della crisi» che l’Europa deve fare proprie per gestire meglio i casi del futuro.
Che l’Unione bancaria sia «lungi dall’essere completata», come ricordato ieri da Padoan intervenendo alla tavola rotonda sul sistema bancario organizzata dalla Fisac-Cgil, è un dato scontato, e altrettanto noto è che il traguardo non è vicino. Ma in questo cammino lungo ci sono nodi più urgenti da affrontare, e il primo riguarda proprio la liquidità.
Le settimane difficili vissute a Siena, Vicenza e Montebelluna, ma anche i giorni complicati passati a giugno dal Banco Popular prima dell’intervento-lampo del Santander, hanno reso evidente uno degli effetti più immediati delle crisi. Quando la temperatura si alza intorno a un istituto, il crollo di fiducia da parte dei risparmiatori innesca una fuga dai depositi che abbassa i livelli di liquidità e rischia di affossare la banca prima che riesca a definirsi la strada per il salvataggio. Sia a Siena sia in Veneto, il governo è intervenuto coprendo con le garanzie pubbliche le emissioni di liquidità delle banche in crisi; e proprio l’esigenza di sostenere la liquidità, ha rivendicato il ministro dell’Economia, è alla base delle scelte che hanno acceso «le critiche degli schizzinosi».
Ma quella relativa alla liquidità è solo la manifestazione più evidente di un problema mostrato nei mesi scorsi dai meccanismi che guidano le decisioni europee. Il problema è il calendario, troppo lungo, che serve a far dialogare tre istituzioni come commissione, banca centrale e meccanismo unico di risoluzione, guidati da regole e soprattutto da obiettivi in parte diversi.
I nodi del coordinamento, e soprattutto degli strumenti comuni di gestione delle sofferenze, sono stati al centro delle riunioni di luglio di Eurogruppo ed Ecofin, e la prossima mossa tocca alla commissione che dovrà pubblicare un programma comune di gestione dei crediti in difficoltà. Ma proprio qui entrano in gioco le distanze politiche che animano il dibattito su riduzione e condivisione dei rischi. La questione delle sofferenze, sintetizza Padoan, «è simmetrica a quella del debito pubblico», perché in entrambi i casi la riduzione dello stock è un’urgenza indiscutibile ma da perseguire «con la velocità giusta». Anche grazie a maxi-operazioni come Unicredit e ai piani di Mps e delle due venete sotto l’ombrello pubblico, l’alleggerimento delle sofferenze è in atto, come rivendica l’Abi (si veda l’articolo sotto, ma una discesa troppo rapida inonderebbe di Npl un mercato ancora ai primi passi. Proprio come il debito, però, le sofferenze sono un fattore di rischio che la «dottrina tedesca» (e non solo) chiede di ridurre prima di condividerli. Sul punto, Padoan torna a spingere per un’Europa «guidata da una visione comune e non dallo scaricabarile». Ma la strada, appunto, è lunga.

Gianni Trovati

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