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Uno scudo da 200 miliardi Draghi prepara il colpo finale per la salvezza dell’euro

Ne parlanoda almeno due mesi, ma, formalmente, soltanto domattina i componenti del Consiglio della Banca centrale europea si troveranno davanti agli occhi una cartellina che spiega quali opzioni ha di fronte la massima autorità monetaria dell’Eurozona per salvare, come ha promesso Mario Draghi, la moneta unica. E, probabilmente, anche i costi, che più di un analista già quantifica in 200 miliardi di euro. Una decisione, nella riunione ufficiale del giorno dopo, non è scontata. I nodi, d’altra parte,
sono intricati.
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Dall’inizio, Draghi ha subordinato l’intervento della Bce al rispetto, da parte dei governi che chiedono aiuto, di «condizioni stringenti» sul risanamento della finanza pubblica. Se ne è parlato moltissimo, nell’ultimo mese, magari ad uso e consumo dell’opinione pubblica tedesca. Forse se ne è parlato troppo. A decidere il salvataggio, ha precisato Draghi, sarà in prima battuta il Fondo salva-Stati, cioè i politici. E i politici, nel vertice di fine giugno, come ha ricordato, in una intervista a
Repubblica,
il ministro del Tesoro, Grilli, hanno chiarito che gli interventi anti-spread andavano subordinati al rispetto degli impegni già presi dai governi con la Ue. Niente missioni della Troika Ue-Bce-Fmi, niente nuove condizioni-capestro, tranne la garanzia che gli impegni saranno rispettati anche dai futuri governi, ad esempio nel dopo-Monti. Draghi potrebbe chiedere un protocollo di intesa diverso e separato con la Bce, ma vorrebbe dire scavalcare platealmente i politici. Basterà ai tedeschi quello che è stato deciso a giugno?
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Draghi ha già precisato che l’intervento sarà concentrato sui titoli a scadenza più breve, forse anche inferiore ai tre anni. In questo modo, si mantiene la pressione riformatrice sui governi, cui gli interventi di Francoforte darebbero solo qualche mese di respiro. Contemporaneamente, si rafforza la tesi di Draghi che l’intervento non rattoppa i bilanci dei Paesi deboli, ma è squisitamente di politica monetaria, tradizionalmente centrata sulla gestione dei tassi di interesse a breve termine.
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Interventi limitati o (potenzialvrebbe
illimitati? La Bundesbank e i suoi alleati puntano a restringere l’offensiva di Francoforte a missioni di emergenza, come bloccare la deriva incontrollata e improvvisa dei titoli italiani e spagnoli verso livelli insostenibili, quello che si è verificato nello scorso novembre e ancora a luglio. Draghi sembra pensare ad una presenza più continua e strutturale della Bce sui mercati, che prosciughi il lago di paura e sfiducia in cui nuotano gli speculatori. Per arrivarci, gli operatori di Francoforte potrebbero fissare un tetto ai rendimenti dei
titoli (ad esempio il 2 per cento sui titoli italiani a due anni, contro il 2,61 di ieri) e comprare sul mercato, fino a raggiungere l’obiettivo. Difendere un livello di costo del debito, tuttavia, assomiglia troppo ad un finanziamento dei bilanci di Stato. I più credono alla fissazione di un livello di spread, più coerente con un intervento che si vuole di politica monetaria: accorciare lo spread significa anche avvicinare i tassi di interesse che imprese e famiglie pagano nei diversi Paesi. L’Fmi ha calcolato che lo spread fra Italia e Germania domente)
essere pari al 2 per cento. Potrebbe essere l’obiettivo a cui punta la Bce, ma nessuno crede che Draghi lo annuncerà ufficialmente, per evitare di legarsi le mani negli interventi sui mercati.
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A sorpresa, nonostante tutte le parole sugli interventi illimitati e sul grande bazooka di Draghi, puntato sui mercati, queste manovre potrebbero costare poco, almeno se confrontate con l’inezione di liquidità alle banche, per mille miliardi di euro, dello scorso inverno. La Deutsche Bank ha stimato che il salvataggio dell’euro potrebbe costare 410 miliardi di euro, 230 a carico del Fondo salva-Stati e 180 sul collo della Bce. Francoforte,cioè, spenderebbe meno di quanto ha fatto un anno fa, rastrellando titoli italiani e spagnoli sui mercati, per 211 miliardi di euro. Più o meno sulla stessa linea una grande banca inglese, la Hsbc: se gli interventi venissero limitati a titoli non più che biennali, gestire gli spread di Italia e Spagna, per portarli a livelli non gonfiati dalla speculazione, comporterebbe un impegno di 2 miliardi di euro a settimana. In due anni, circa 200 miliardi di euro. Queste cifre sono significative anche rispetto ad una terza ipotesi. Draghi, giovedì, non parlerebbe né di rendimenti, né di spread, ma si rifarebbe alla Fed e a Bernanke, comunicando, invece, ufficialmente, un’altra cosa: la quantità di titoli che la Bce intende comprare. Gli analisti di Daiwa, una grande finanziaria giapponese, pensano che non potrebbe essere più del 30 per cento dei titoli a breve, italiani e spagnoli, attualmente in circolazione. Se così fosse, visto che il grosso del debito di Italia e Spagna è a scadenze più lunghe, l’impegno sarebbe di 60 miliardi di euro per i titoli spagnoli, 156 per quelli italiani. Poco più di 200 miliardi di euro, insomma.

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