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“Unità e Ricostruzione” Draghi il marziano conquista la politica

È il mercoledì delle ceneri e la politica, con poche eccezioni, inizia la sua quaresima. Digiuno dalle smargiassate, dalle battute da scuola media, dai cartelli, dalle magliette per acciuffare un fotogramma di notorietà. Zero, tutto finito. Sale in cattedra il «professor Draghi», come lo chiama la presidente Casellati, e almeno per un giorno è come se il Senato si ricordasse di essere un istituzione e non il solito circo. Finirà con 262 sì (non un record), 40 no e 2 astenuti. E l’esplosione dei grillini.
Le parole chiave del discorso, più lungo (52 minuti) di quanto gli osservatori avevano pronosticato, sono del resto alte e dense e ci vuole poco a fare la figura dei fessi di fronte a un uomo che si presenta invocando una «Nuova Ricostruzione» – in maiuscolo nel discorso scritto – come quella dopo la seconda guerra mondiale, che si richiama al «dovere dell’unità» delle forze politiche e allo «spirito repubblicano» che sarà l’anima del suo governo. Poi conta anche che tutto questo silenzio aveva alimentato quasi una leggenda nera sul personaggio che, al contrario, appare umano e fallace. Rassicurante quasi. «Scusate, devo ancora imparare…», dice impacciato nella replica serale mentre armeggia con il microfono. Anche la mattina, standing ovation al termine dell’intervento, Draghi però non sa bene che fare. Mi siedo, resto in piedi? Come un catechista alla prima messa, chiede allora al vicino di banco: «Mi dite voi quando posso sedermi?». Si aspettavano il banchiere della congiura massonico-plutocratica, che animava la narrazione distopica dei grillini delle origini, e si ritrovano uno che li spiazza con una citazione del Papa Francesco più ambientalista: «Siamo stati noi a rovinare l’opera del Signore». E ancora, frase da titolo: «Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta ». Gianluigi Paragone, che si è inventato un movimento Italexit, lo chiama «incappucciato della finanza »; gli va dietro su questo spartito Elio Lannutti, quello dei protocolli dei Savi di Sion. Sono gli apoti, quelli che non se la bevono. Grillini disillusi e arrabbiati, che se ne sono già andati o se ne andranno.
Draghi è emozionato ma resta freddo, la voce sembra tradirlo solo nell’invocazione finale all’amore «per l’Italia». Lo confessa: «In questi giorni ho provato la più forte emozione della mia vita». Sarebbe strano il contrario, ma detto da lui fa comunque effetto. E dispone all’ascolto.
Mario Monti, all’inizio della sua esperienza da premier, era stato sferzante con i senatori. Se hanno chiamato me è perché il compito è difficilissimo. Draghi, al contrario, li pettina per il verso giusto. «Questo governo si è reso necessario per il fallimento della politica? Non sono d’accordo. Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ». Governo tecnico o politico dunque? «Il nostro è semplicemente il governo del Paese». Applausi un po’ da tutti. È proprio il bilancino degli applausi il metro più utile per capire quanto il “professor Draghi” abbia calibrato ogni messaggio del suo discorso. La Lega lo applaude quando chiede ve nia per aver chiuso gli impianti di sci senza preavviso: «Ci impegniamo a informare i cittadini con sufficiente anticipo di ogni cambiamento delle regole». Applaude anche il passaggio sulla «costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale». Ma per il resto, per quasi tutto il resto, nessuno sconto per Salvini e i suoi. Proprio al leader leghista, pur senza nominarlo, Draghi riserva le uniche scudisciate polemiche di tutto l’intervento: «Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro». E uno. «Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa». E due. «Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine». Salvini abbassa lo sguardo e traffica con il cellulare. Alle dieci di sera risponderà in aula ma senza esagerare: «L’Europa è casa nostra. Però non l’Europa dell’austerità, dei vincoli di bilancio». E se Draghi aveva parlato mezz’ora di ambiente, il capo del Carroccio fa il guastafeste con uno slogan da comiziaccio: «Non ci accomodiamo nell’ambientalismo da salotto».
Sistemati sovranisti e affini, bisogna spiegare per bene cosa farà il governo. «Farà le riforme ma affronterà anche l’emergenza», senza aspettare. La citazione è del conte di Cavour, Camillo Benso: «Le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità del governo, la rafforzano». Curioso, le uniche due frasi riportate sono di Cavour e del Papa, cioè all’epoca il diavolo e l’acqua santa (per dire: Pio IX sospese a divinis il prete che aveva osato assolvere Cavour in punto di morte). L’unità nazionale pure nelle citazioni.
L’analisi dello stato del Paese dopo la pandemia è molto sociale, dicono abbia contribuito Enrico Giovannini, ministro e fondatore dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. I morti sono tanti, l’aspettativa di vita «è diminuita fino a 4-5 anni nelle zone di maggior contagio». In terapia intensiva ci sono duemila pazienti (Draghi – proprio lui! – si impiccia con i numeri, dice «due milioni», poi «due milioni e duemila», alla fine Giorgetti suggerisce la cifra giusta: «duemila»). Insomma là fuori è ancora tostissima. E quello che preoccupa ora sono le conseguenze della crisi sanitaria che diventa sociale, «con rilevanti impatti sull’occupazione, specialmente quella dei giovani e delle donne. Un fenomeno destinato ad aggravarsi quando verrà meno il divieto di licenziamento». Draghi cita i dati della Caritas: dal 2019 al 2020 i nuovi poveri sono passati dal 31 al 45%. Uno su due di quelli che chiede aiuto lo fa per la prima volta. Aumenta la disuguaglianza e il coefficiente di Gini (momento di panico tra i senatori, boom di ricerche su Google), ovvero l’indice delle differenze nella distribuzione del reddito è aumentato di 4 punti percentuali. Il resto del discorso è una panoramica sulle riforme in arrivo, con molte conferme – Pubblica amministrazione, giustizia civile, politiche attive del lavoro, una riforma del fisco che abbassi le tasse all’insegna della «progressività» (bye bye flat tax) – e alcune evidentissime “dimenticanze”. Non dice nulla ad esempio sulla giustizia penale, vera croce dei due governi Conte (con la prescrizione ancora ferita aperta). Poche parole sulle mafie. Non cita il Mes. Tanto che sui social parte un treno di sfottò contro Renzi che ne aveva fatto uno dei leit motiv di critica a Conte. La risposta del capogruppo renziano Davide Faraone è spiazzante: «Non lo chiediamo più perché il nostro Mes è lei, presidente Draghi». La governance del Recovery Plan – chi non ricorda i 300 manager partoriti in una notte da Conte? sparisce in una riga. Draghi comunica che se ne occuperà il ministero dell’Economia. E stop.
Sulla politica estera altro interessante applausometro. Atlantismo: applaudono Lega, Pd e Italia viva, i grillini freddini. Critiche a Cina e Russia: Lega e Cinque Stelle restano fermi, il Pd si scalda. Sul premier uscente Draghi si mostra cavalleresco, lo ringrazia per aver guidato il Paese in una emergenza sanitaria ed economica «come mai era accaduto dall’Unità d’Italia». I grillini si alzano in piedi, da Fratelli d’Italia arrivano gli unici «buuu».
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