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Unione divisa tra linea dura e bisogno di flessibilità

Sarà un vertice delicato quello che i Ventisette terranno il 10 aprile, tutto dedicato all’uscita del Regno Unito dall’Unione. Ieri la Commissione europea ha avvertito qui a Bruxelles che senza un benestare all’accordo di recesso entro i prossimi giorni, un nuovo rinvio breve di Brexit non sarà possibile. Al tempo stesso, come non ipotizzare che i Ventisette possano optare per l’ennesimo slittamento, tanto fa paura l’eventualità di una hard Brexit?
«La cosa migliore è ratificare l’accordo di recesso – ha ribadito ieri il presidente dell’esecutivo comunitario Jean-Claude Juncker durante un dibattito parlamentare -. La data ultima per approvare l’intesa è il 12 aprile. Se ciò non avvenisse, non sarà possibile alcuna proroga breve», ossia fino al 22 maggio. A fine marzo, i Ventisette avevano stabilito che in assenza del via libera all’accordo vi sarebbe stata una hard Brexit a metà aprile. Solo nel caso di un voto positivo a Westminster sarebbe possibile rinviare al 22 maggio (si veda Il Sole 24 Ore del 23 marzo).
Nei fatti, il presidente Juncker ha ribadito ieri la posizione assunta dai Ventisette il 21 marzo scorso. Ha poi però aggiunto che l’Unione europea «lavorerà fino all’ultimo minuto per evitare una uscita senza accordo, di cui beneficerebbero solo populisti e nazionalisti». La posizione comunitaria è influenzata da molti fattori. Sul versante tattico, mostrarsi inflessibili è anche un modo per dare man forte alla premier Theresa May, che sull’accordo di recesso flirta con l’idea di un quarto voto a Westminster (dopo tre bocciature).
In assenza di voto favorevole all’intesa di divorzio, la scelta di escludere rinvii fino al 22 maggio, lasciando però indirettamente la porta aperta a eventuali proroghe lunghe, è un tentativo di convincere i brexiteers ad appoggiare l’accordo di recesso per paura che un rinvio lungo comporti un secondo referendum su Brexit. Su un fronte più politico, il presidente Juncker si sente il guardiano delle scelte prese a livello europeo.
Ieri qui a Bruxelles i rappresentanti diplomatici dei Ventisette hanno tenuto una riunione per fare il punto della situazione. Tra le altre cose, si aspetta la probabile decisione inglese di chiedere un ulteriore rinvio per capire come verrà formulata. Sosteneva ieri un diplomatico: «Vedo difficile non concedere un ulteriore rinvio, vuoi fino al 22 maggio senza la partecipazione del Paese al voto europeo del 23-26 maggio, vuoi oltre il 22 maggio con la partecipazione alle elezioni europee».
Da un lato, nessuno si vuole assumere la responsabilità di una hard Brexit. Procrastinare è una reazione umana, soprattutto dei leader politici. Dall’altro, la decisione della signora May di trattare con il leader laburista Jeremy Corbyn «ha sparigliato le carte», per usare l’espressione di un negoziatore. Come non dare tempo alla premier conservatrice di capire se vi è spazio per trovare un compromesso sull’accordo di recesso nel confuso mondo politico britannico? La discriminante nella scelta dei Ventisette se concedere o meno una proroga sarà la partecipazione o meno del Regno Unito al voto europeo.
Sul piano pratico, il commissario agli affari monetari Pierre Moscovici ha confermato ieri che le dogane sono pronte nel caso di hard Brexit a iniziare controlli alle frontiere con il Regno Unito, che dall’oggi al domani diverrebbe Paese terzo. I controlli saranno basati su «una analisi dei rischi» e non dovranno per forza essere a tappeto. Ciò detto, «la sicurezza degli europei sarà prioritaria». A proposito del delicato confine irlandese, il commissario ha precisato: «Stiamo lavorando con gli irlandesi per evitare disagi e ed effettuare i controlli lontano dalla frontiera».

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