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Unione bancaria ancora incompiuta

Nella Dichiarazione di Roma, che verrà firmata domani dai Ventisette, il grande tema dell’unione bancaria è sottotraccia. Troppo controverso per molti Paesi. Eppure, nei prossimi anni il dossier dovrà essere negoziato, e risolto. Non vi è allocuzione pubblica o quasi durante la quale il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi non ricordi l’importanza di completare l’assetto istituzionale sul delicatissimo versante creditizio.
Dall’inizio del decennio, i Paesi della zona euro si sono adoperati per dotarsi di una unione bancaria. Hanno trasferito la vigilanza bancaria delle istituzioni creditizie più importanti alla Banca centrale europea e hanno creato altresì un sistema di risoluzione degli istituti di credito in crisi, dotato di un fondo comune che servirà a gestire l’eventuale emergenza finanziaria. Manca all’appello il terzo pilastro: vale a dire una assicurazione in solido dei depositi bancari.
Questo aspetto si è rivelato tra i più controversi. Alcuni Paesi non vogliono impegnarsi nel garantire depositi bancari dei vicini senza poter avere un diritto di controllo sullo stato di salute degli istituti di credito. Da tempo, ormai, le conclusioni dei consigli ministeriali terminano con l’impegno di trovare una soluzione che preveda una condivisione dei rischi in cambio di una riduzione dei rischi. Difficile da mettere in pratica. Prima di tutto pesano le sofferenze creditizie in alcuni Paesi.
In Italia, per esempio, i crediti inesigibili ammontano al lordo a circa 300 miliardi di euro. Altri paesi, come il Portogallo e la Grecia, non sono da meno. In molti casi, ristrutturare i bilanci bancari significa mettere mano ai portafogli di famiglie e imprese, se non scardinare reti clientelari che spiegano molte delle sofferenze bancarie. Addirittura, in alcune fattispecie si tratta di ristrutturare i bilanci di debitori che sono anche azionisti delle stesse banche.
Si capisce perché l’operazione sia difficile, anche se negli ultimi mesi la Germania e altri Paesi hanno capito che la questione è ormai europea e non più solo nazionale. Si discute quindi di una qualche forma di soluzione comunitaria alla questione delle sofferenze creditizie. L’Autorità bancaria europea ha proposto un veicolo europeo di gestione dei crediti inesigibili. L’idea fa fatica ad essere accettata e il compromesso potrebbe tradursi in bad bank nazionali con una presenza comunitaria.
Mentre la Germania guarda alle sofferenze creditizie e chiede limiti all’ammontare di titoli di Stato nei portafogli bancari, per evitare un circolo vizioso tra crisi del debito sovrano e crisi dei bilanci creditizi, l’Italia nota l’uso frequente di rischiosi derivati da parte delle banche tedesche o francesi. La partita in vista di una assicurazione in solido dei depositi è quindi aperta, tanto più che incrocia altre riforme dell’assetto istituzionale della zona euro.
In discussione è la nascita di un bilancio dell’unione monetaria così come di una trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità in un Fondo monetario europeo. Lanciata a Berlino, quest’ultima idea prevede che il monitoraggio dei conti pubblici nazionali sia tolto alla Commissione europea, troppo politica e troppo discrezionale agli occhi di alcuni Paesi membri, e affidato a un organismo più tecnico e più prevedibile nella presa di decisione. Vale a dire un Fondo monetario europeo.
La proposta non raggiunge l’unanimità, né negli ambienti dell’esecutivo comunitario né in alcuni Paesi membri. Ciò detto, la proposta tedesca, appoggiata da altri Paesi del Nord Europa, potrebbe aprire le porte a uno scambio. Maggiore controllo dei bilanci nazionali in cambio di una assicurazione in solido dei depositi o più probabilmente di un nuovo fondo europeo che assicuri il versamento dei sussidi di disoccupazione nei Paesi colpiti da shock economici.

Beda Romano

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