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“Un’identità digitale per l’80% degli italiani così in cinque anni vinceremo la scommessa”

Trecentoquattordici giorni all’alba. Ci sono funzionari della pubblica amministrazione che hanno impostato un conto alla rovescia sul proprio computer per misurare il tempo che manca alla liberazione, a quando cioè quel rompiscatole di Diego Piacentini terminerà il suo mandato di commissario straordinario per l’Italia digitale, il 16 settembre 2018. E questo dà la misura di quanto sia importante il lavoro che questo 57enne – un passato da manager di punta per 13 anni in Apple con Steve Jobs e 16 in Amazon a fianco di Jeff Bezos – ha accettato di compiere in aspettativa e senza retribuzione per due anni.
Piacentini, cominciamo dai tubi, l’infrastruttura per digitalizzare il paese. Lavoro profondo ma poco comprensibile. Perché è importante per i cittadini?
«Venerdì scorso su Repubblica c’era un articolo sul rilascio dei certificati online in diversi Comuni. A Napoli siamo a zero, a Milano la quota è oltre il 50%. Per arrivarci servono le piattaforme digitali abilitanti alle quali stiamo lavorando: il sistema dell’identità digitale (Spid), l’anagrafe nazionale, i pagamenti di PagoPa. Certo, ci vuole anche altro: la volontà e l’organizzazione, le competenze ».
Come sta andando l’identità digitale, il sistema per accedere a tutti i servizi disponibili?
«Dal nostro sito è possibile monitorare l’andamento dei progetti. Oltre a visione e strategia, cominciamo finalmente a esporre i risultati: oltre un milione e 800mila identità rilasciate, con il 95% di crescita annua».
Sì ma ci sono 60 milioni di italiani. Qual è l’obiettivo?
«In cinque anni l’80% della popolazione dovrà essere in possesso di un’identità digitale».
Quarantotto milioni di persone.
«Per far sì che ciò accada, il cittadino deve avere la possibilità e il vantaggio di utilizzare l’identità digitale per molti servizi».
Passiamo a un altro servizio, PagoPa.
«Qui il tubo e il rubinetto sono molto vicini. Con il Comune di Milano la sperimentazione della Tari ha mostrato quest’anno un aumento del 43% di transazioni online nella prima settimana, con il picco dei pagamenti la domenica. Se la rendi facile, anche una cosa spiacevole come pagare la tasse diventa un’abitudine. Ci vuole tempo perché oltre alle norme e ai regolamenti ci sono interessi, commissioni sui pagamenti. PagoPa esisteva dal 2012 ma fino a gennaio 2016 c’erano state 92mila transazioni. Ora siamo a 4 milioni, con una crescita annua del 311%».
Quando si potrà dire che ce l’avremo fatta?
«Dovremo superare i 100 milioni di transazioni in un anno».
E l’Anagrafe nazionale?
«È la più difficile. Da essa dipendono decine di servizi, l’intero ciclo della vita delle persone. Solo 19 Comuni sono a bordo, 435mila persone, un numero ridicolo. Ma in presubentro ne abbiamo oltre 800, il 10% della popolazione italiana, quasi sei milioni di persone. Tuttavia abbiamo ancora alcuni colli di bottiglia da superare ».
Mancano i soldi?
«I soldi non sono tra le carenze più rilevanti».
Guardando la mappa si vedono molto Piemonte e Sardegna, un po’ di Nord, l‘Emilia.
«L’Emilia è la regione più virtuosa dal punto di vista digitale. Hanno la competenza e la volontà di fare. Noi dobbiamo eliminare i motivi tecnici e tecnologici per non fare».
Dopo di lei ci sarà un altro commissario?
«Una delle misure del nostro successo è quanto quel che stiamo facendo continuerà. Nessuno dei nostri progetti è a termine. In realtà sono programmi e dovranno proseguire in futuro, l’innovazione non si ferma mai. Io mi auguro che non ci sia un nuovo commissario. E se sarà necessario spero accada al massimo per altri due anni».
Pensa che la pubblica amministrazione tenda soprattutto a mantenere se stessa?
«Sì. Nessun sistema complesso, scommetto nemmeno i giornali, si trasforma da sé. Serve una forte leadership. Il cambiamento deve essere una priorità nell’agenda del presidente del Consiglio dei ministri».
È così difficile mettere il cittadino al centro?
«Una fatica enorme. L’obiettivo della pubblica amministrazione è ottemperare alle regole».
Ma così, paradossalmente, ognuno può fare il proprio dovere e alla fine per il cittadino non esserci alcun risultato.
«Certo, questo è quel che succede normalmente. Norme e leggi sono ambigue. C’è chi ne dà un’interpretazione conservativa: “Non ho fatto niente, non ho sbagliato nulla”, ma ci sono anche le amministrazioni virtuose che si prendono il rischio. Non stiamo più parlando dei sistemi informativi, del digitale come di un settore a parte, qui si tratta della trasformazione profonda del rapporto tra cittadini, imprese e governo».
A settembre del prossimo anno riconsegnerete le chiavi.
«So che alcuni funzionari hanno impostato sui loro computer un conto alla rovescia e non vedono l’ora che arrivi quel giorno. Per fortuna non si tratta della maggioranza».
Cosa dirà al futuro presidente del Consiglio congedandosi?
«Più che dire, vorrei dare. Presentargli codice e amministrazioni virtuose. Abbiamo fatto il piano, è partito, si tratta di dargli continuità».
E lei, cosa si porterà via da questa esperienza?
«Credo che lavorare per lo Stato dovrebbe far parte della formazione obbligatoria per un manager. Se non temessi di essere male interpretato direi che si tratta di un’esperienza antropologica, ma è un termine che non voglio usare. Tutto considerato ho un’idea migliore della cosa pubblica di quando ho iniziato. Non è vero che non si possono fare le cose. E, infine, ho maturato l’idea che le aziende che per le loro dimensioni hanno un impatto globale, che cambiano le abitudini dei cittadini, abbiano un dovere».
Sta parlando delle grandi piattaforme digitali come Amazon?
«Sì. Il patto delle aziende con la cosa pubblica è sempre stato: creo lavoro, genero profitti, pago la tasse – su questo a volte litigando – e tutto finisce lì. Oggi non basta più. Le aziende che gestiscono la tecnologia meglio degli Stati devono porsi il problema di aiutare i paesi a essere più efficienti. Di portare un valore aggiunto alla cosa pubblica, come se fossero Benefit corporation».

Massimo Russo

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