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Unicredito, soci pronti all’aumento

di Fabrizio Massaro

MILANO — Se pure in Unicredit nessuno si sbilancia e la decisione è rinviata al weekend, tutto è praticamente pronto in Piazza Cordusio sia per il piano industriale sia per l'aumento di capitale, che saranno oggetto di discussione al consiglio d'amministrazione di lunedì 14. Ma se per il piano industriale, di cui ha discusso ieri il comitato permanente strategico, non ci sono problemi, le condizioni di mercato invece non aiutano l'istituto presieduto da Dieter Rampl e guidato da Federico Ghizzoni nella scelta se lanciare subito l'aumento, viste le oscillazioni subite dal titolo (ieri -6,8% a 0,75 euro). Ancora a ieri la decisione dell'aumento non sarebbe stata presa, anche se i tasselli sembrano ormai messi a punto. L'ammontare si aggirerebbe sui 7 miliardi, nella parte alta della forchetta stimata dal mercato sulla base della richiesta di capitale aggiuntivo di 7,4 miliardi da parte dell'Eba per arrivare a un core tier 1 del 9%. E si tratterebbe di un aumento tutto in contanti. La richiesta ai soci non sarebbe dunque influenzata dalla decisione della Banca d'Italia, presa ieri ma non ancora comunicata ufficialmente, di considerare i bond ibridi «cashes» dell'aumento del 2009 come capitale computabile nel core tier 1. Un ok che peraltro non sarebbe stato dato per tutti i 3 miliardi di emissione, ma comunque per una parte rilevante di essi.
Il consorzio di garanzia in ogni caso è già pronto: sarebbero state coinvolte in totale una dozzina di istituti, per quello che si configura come il terzo ritorno al mercato in tre anni dopo il dividendo in azioni (script dividend) del 2008-2009, i cashes nel 2009 e l'aumento vero e proprio da 4 miliardi nel 2010. Capofila, come global coordinator, ci sono Merrill Lynch, Mediobanca e la stessa Unicredit, mentre joint bookrunner dovrebbero essere Ubs, Jp Morgan, Morgan Stanley, Credit Suisse, Deutsche Bank, Hsbc, Goldman Sachs, mentre gli altri istituti opererebbero come co-bookrunner. Appare invece esclusa dalle modalità dell'aumento di capitale la possibilità di un pagamento del dividendo in azioni, anche perché una cedola in contanti potrebbe compensare almeno in parte i soci, in particolare le fondazioni italiane, per l'ennesimo esborso di capitale.
Alcune in particolare dovrebbero ricorrere all'indebitamento per sottoscrivere: non solo le piccole Cr Trieste e Banco di Sicilia ma anche un socio pesante come la Crt, che potrebbe essere chiamata a versare circa 300 milioni per il suo 4,2% potenziale (3,3% in azioni e lo 0,88% prenotato attraverso i cashes). Cariverona sembra avere invece sufficienti munizioni per coprire i circa 400 milioni sul suo 4,8% circa. Oggi si tiene invece un consiglio della fondazione Manodori. Ieri peraltro, secondo l'Ansa, il presidente di Cariverona, Paolo Biasi, avrebbe incontrato a Milano nella sede di Merrill Lynch, all'ora di pranzo, il vicepresidente di Unicredit, Fabrizio Palenzona, esponente della Crt, e il banchiere dell'istituto americano Andrea Orcel, storicamente vicino a Piazza Cordusio. Ad ogni modo, sia che l'aumento venga annunciato sia che venga rinviato a tempi di Borsa migliori, il consorzio di garanzia dovrebbe coprire per un tempo sufficientemente ampio la banca. Si parla di un impegno fino a fine febbraio o addirittura fino alla primavera.
Circa il piano industriale, è confermata fra l'altro la focalizzazione di Unicredit come banca corporate e la semplificazione dell'istituto con i relativi esuberi (si parla di circa 5 mila dipendenti, in gran parte in Italia). Il comitato strategico si riunirà nuovamente domenica per definire il quadro in vista del board di lunedì 14, che discuterà anche i conti trimestrali, stimati dal consensus degli analisti quasi azzerati a 6 milioni a causa delle forti svalutazioni che saranno adottate dalla banca.
 

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