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Unicredit-Vicenza, il contratto della discordia

Il contratto della discordia tra Unicredit e Popolare di Vicenza tiene sul chi vive l’intero settore bancario. Anche ieri, mentre in Europa il credito perdeva l’1,6% (indice Euro Stoxx), le banche italiane sono andate più giù: Banco popolare -6,4%, Mps -4,2%, Ubi -3,9%, Bpm -3,8%. Unicredit -3%. Fosse stata già quotata la Vicentina avrebbe sofferto anche lei: invece sono capitolati i suoi bond quotati, come i subordinati al 2025 scesi di 7 centesimi a 63 su 100.
La preoccupazione ha due vettori. Uno va in direzione Vicenza: visto che è corta di patrimonio dopo che la vigilanza europea ha stralciato quello raccolto tramite prestiti a soci – si trova a dover ricapitalizzare per 1,76 miliardi entro fine aprile, altrimenti la Bce ha già detto chiaro che potrebbe chiamare la risoluzione della banca (a quel punto gli obbligazionisti subordinati vedrebbero convertito il prestito in azioni, o azzerato come nelle quattro good bank). Vicenza deve quindi avviare l’aumento entro lunedì 11, o al più tardi lunedì 18; e a questo lavorano i manager e i legali guidati da Francesco Iorio. Sul fronte Unicredit, invece, il rischio è proprio legato al fatto che quell’aumento parta, e con queste condizioni di mercato lasci un’ampia fetta di azioni inoptate: qualche banchiere si spinge a dire un 20-30%. Ma tutto l’inoptato lo dovrà comprare Unicredit, perché sei mesi fa, con una mossa che dietro le quinte viene definita «commercialmente molto aggressiva», si inserì in una trattativa che vedeva da una parte i banchieri vicentini, dall’altra Mediobanca e Jp Morgan, aggiudicandosi l’intera partita. Le condizioni, come sempre in questi casi, non sono state rese note: ma pare siano piuttosto favorevoli al futuro emittente vicentino, specie se viste con il senno del poi (da allora il settore bancario ha perso circa il 30% in Borsa). Per questo la banca di Federico Ghizzoni ora manda segnali di fumo: «Unicredit sta valutando se esistono le condizioni per realizzare l’operazione nei tempi previsti», ha detto un portavoce mercoledì. Unicredit, nella stessa occasione, ha smentito di aver chiesto consiglio al governo sul dossier, anche se ieri il governo si è invitato da solo nella delicata partita: «Il nostro è un pressing politico ha detto il sottosegretario all’economia Pier Paolo Baretta – come per l’operazione Banco-Bpm, così ora stiamo spingendo, dicendo che più presto si fanno gli aumenti e meglio è per ripartire con le banche risanate». Al più presto vuol dire adesso.
Per ora il contratto non è in rinegoziazione, e i margini per farlo paiono esigui: sia perché i crolli di inizio 2016 difficilmente sono imputabili a clausole di «forza maggiore», sia perché se Unicredit recede rischia di scuotere tutto il fragile castello bancario nazionale. Stretti, a sentire i rivali, anche i margini per sindacare con altri il “rischio Vicenza”. Se procede però Unicredit potrebbe perdere qualche milione, e trovarsi una banca in casa.

Andrea Greco

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