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Unicredit, un mese per i nuovi vertici Morelli il favorito

Situazione sospesa su Unicredit. C’è la voglia di accelerare su un processo di rinnovamento che, da lunedì scorso, sembra aver preso la rincorsa dopo il mandato affidato dai soci forti al presidente Giuseppe Vita, per verificare i miglioramenti necessari della governance. Ma è possibile che per trovare una soluzione che soddisfi tutti e soprattutto trovi i nomi giusti si debba aspettare un po’, magari un mesetto.
Di sicuro, a ieri non erano stati assegnati incarichi a cercatori di teste, né erano stati convocati comitati nomine o comitati governance. Nel frattempo, continuano a circolare nomi di possibili candidati. Quindi Lucrezia Reichlin – che in consiglio rappresenta i fondi istituzionali – alla presidenza (sempre che non si sia impegnata con i gestori a restare indipendente per tutto il mandato, al momento della sua nomina) e come capo azienda Marco Morelli (un passato in Mps, Intesa e ora a Bofa Merrill Lynch, da quindici anni amico di Marco Carrai, tra i più vicini al premier Renzi). Nel toto nomine sale anche Flavio Valeri (Deutsche Bank Italia) ed è molto ben considerato Jean Pierre Mustier, già a capo dell’investment banking di Unicredit. E poi c’è Andrea Orcel (Ubs), forse il nome più prestigioso per il ruolo di ad (ma anche di gran lunga il più pagato).
Il mandato che ha Vita è di verificare se sia opportuno cambiare solo l’amministratore delegato o procedere anche a un rimpasto del consiglio; la stessa posizione del presidente viene da molti considerata traballante. E poi ci sono gli interrogativi sull’aumento di capitale. Perché se è vero che i soci forti – ma forse sarebbe meglio dire “stabili” visto che in Unicredit ormai, numericamente parlando, i soci forti sono gli investitori internazionali – non vedono più di buon occhio l’attuale assetto della banca, non è detto che considerino altrettanto bene l’idea di metter mano al portafoglio. Per il momento ne parlano gli analisti. I primi conti ieri li ha fatti Royal Bank of Scotland, che ha ipotizzato un’iniezione di mezzi freschi per 5 miliardi, mentre Fidentiis stima una necessità di capitale «compresa tra i 4 e i 6 miliardi». Di sicuro, il non stellare indicatore di forza patrimoniale (il Cet1 transitional pro forma è stato fotografato al 10,5% nell’ultima trimestrale, che sale al 10,85% nella versione fully loaded ma è comunque in calo, in entrambi i casi) non fa dormire sonni tranquilli.
Non è detto, però, che prevalga l’impostazione dell’aumento. Alcuni fanno notare che tutto sommato Unicredit è, insieme a Intesa e a Bpm, tra le pochissime banche che hanno un Texas ratio sotto quota 100 (il rapporto tra i crediti deteriorati e il patrimonio, più gli accantonamenti sui crediti medesimi), altri sottolineano che rinunciando a qualche pezzo di argenteria, per esempio la banca Pekao in Polonia, si potrebbero risolvere un discreto numero di problemi. Certo l’Europa continentale ha visto un balzo dei profitti del 93,6% nell’ultima trimestrale, rispetto ad un anno prima: vendere significa fare a meno di interessanti fonti di reddito. Ma non è escluso che gli azionisti- fondazioni (e non solo loro) preferiscano questa strada piuttosto che rischiare di diluirsi.

Vittoria Puledda

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