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Unicredit Un fronte unico per il nuovo board A Milano tutte le reti del Leone

A diciotto giorni dalla scadenza della presentazione delle liste per l’assemblea, convocata a Roma il 13 maggio, è uscito un terno sulla ruota di Unicredit: 2, 6, 17. 
In un momento di aperta dialettica, non è poco. Due sembrano essere le future vicepresidenze, dimezzate dalle quattro attuali. Sei le donne che saranno presenti nel consiglio di amministrazione, aumentate del 50 per cento rispetto alle quattro di oggi: certe le riconferme di Helga Jung, Henryka Bochniarz e Lucrezia Reichlin, mentre la presenza di Marianna Licalzi è subordinata al complesso riequilibrio delle fondazioni che lei rappresenta. Diciassette il numero dei consiglieri, due in meno di oggi, ma ancora due in più rispetto a quanto ha indicato la Banca d’Italia, ma questo in funzione soprattutto della complessa governance che regge Unicredit e che è comunque in via di snellimento.
Conferme
A parte questi tre aspetti non secondari, che si uniscono alla scontata conferma di Giuseppe Vita alla presidenza e di Federico Ghizzoni alla guida operativa della maggiore banca italiana, si sono evidenziati nelle scorse settimane, alcuni tentativi di fughe in avanti da parte di soci storicamente importanti, che hanno provato a disegnare un futuro diverso. Ad accelerare in questa direzione è stato Paolo Biasi, grande dominus della Fondazione CariVerona, un tempo primo azionista di Unicredit e oggi, vuoi per l’arrivo di investitori istituzionali stranieri dall’ampio portafoglio, vuoi per le norme di legge e i principi di autoregolamentazione in capo alle Fondazioni, ristretto in un ruolo non più determinante, anche a causa della evidente trasformazione della banca da istituto generato dall’apporto delle fondazioni ex bancarie, ad azienda sempre più simile a una public company con stakeholder internazionali.
La posizione di CariVerona (terzo azionista con il 3,459 per cento del capitale, che ne fa il primo socio italiano), benché racchiusa nel proverbiale mutismo del suo presidente, è comprensibile: nei progetti che si stanno esaminando il board prossimo venturo di Unicredit dovrà sacrificare due vicepresidenze.
Sacrifici
Sulle conferme nel ruolo di Luca Cordero di Montezemolo e di Fabrizio Palenzona nessuno ha dubbi. Saranno così probabilmente da rivedere le posizioni di Vincenzo Calandra Buonaura e di Candido Fois, quest’ultimo rappresentante proprio di CariVerona. Impossibile poi pensare a una presenza diretta di Biasi nel consiglio di Unicredit, per rispetto delle indicazioni della Banca d’Italia e dell’Eba, l’Autorità europea, e assai difficile barattare, in un momento di discontinuità al ribasso, una vicepresidenza ancorché vicaria con due consiglieri. Da qui i mal di pancia e le tentazioni. Su tutte, quella di creare una lista alternativa al listone uscente e a quella (probabile) di Assogestioni. La strada è stata esplorata. Biasi sembra aver cercato conforto nelle capaci mani di Aabar, il fondo di Abu Dhabi, che è il primo azionista della banca con oltre il 5 per cento del capitale. Ma non ha ottenuto granché. La scorsa settimana, l’operazione finanziaria di Aabar sui bond Unicredit ha ravvivato l’interesse. Taluni hanno visto nelle mosse di Aabar un principio di disaffezione, dando credito alla trama di Biasi. Ma il presidente di Aabar, Khadem al-Qubaisi, giovedì scorso ha dichiarato all’agenzia Reuters che l’operazione su Unicredit è esclusivamente finanziaria e «non può in alcun modo essere vista come un’uscita» dal capitale della banca.
Strettoie
Le strade, per Biasi, a questo punto si sono strette. Anche perché l’ipotetica lista delle fondazioni difficilmente prenderà corpo. Gli interessi della seconda fondazione azionista, la Crt di Torino (2,516 per cento), sono oggi egregiamente rappresentati da Palenzona, confermato vicepresidente. Carimonte holding (settimo azionista col 2,115 per cento e le altre piccole fondazioni, da Treviso a Trieste a Palermo, tutte sotto il due per cento del capitale) difficilmente si faranno coinvolgere in un progetto tanto ambizioso. Anche perché appaiono chiare due direttrici: da un lato c’è la figura di Palenzona, naturale collettore degli interessi degli azionisti italiani; dall’altro c’è uno statuto particolare, che assegna alla prima lista tutti i seggi disponibili meno uno, riservato alla seconda lista. Nulla alla terza. Con simili regole d’ingaggio viene difficile pensare di poter ottenere, in assemblea, più voti di quanto i fondi comuni di investimento potrebbero indirizzare sui candidati di Assogestioni. Il rischio, insomma, è capitale e per quanto il mondo della finanza sia storicamente anaffettivo pensare una soluzione diversa da quella che vede la presentazione di un listone degli uscenti più una lista presentata da Assogestioni diviene estremamente complesso. Tanto più che la geografia sociale di Unicredit non è quella di Intesa né di Mps. Più probabile ricomporre tutto nei diciotto giorni che restano, coniugando ambizioni e realtà, che non è più quella del decennio scorso.
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