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UniCredit, il titolo regge al maxi-sconto

L’aumento si aprirà solo lunedì prossimo (per poi chiudersi il 10 marzo), ma Fondazione CariVerona si porta avanti e preannuncia l’investimento fino a 220 milioni. In pratica, l’ente scaligero difenderà l’1,78% del 2,2% della banca posseduto ora: l’ottica, secondo quanto si fa intendere da Verona, è quella dell’investitore istituzionale e un impegno pari a oltre 200 milioni viene ritenuto coerente con il progetto disegnato da un manager, Jean Pierre Mustier, in cui c’è piena fiducia ma anche con un investimento che finora è costato oltre 6-700 milioni di minusvalenza e dunque richiede particolare cautela.
Il cda della Fondazione CariVerona ha deciso all’unanimità, su proposta del presidente Alessandro Mazzucco, in una seduta che si è chiusa in mattinata. Come si diceva l’ente veronese detiene il 2,23% dell’istituto, percentuale che, in relazione all’ammontare complessivo dell’aumento, si traduce in 289,9 milioni: la fondazione ha deciso di seguire solo per il 73%, che vale quindi 211,6 milioni. Fonti vicine alla fondazione precisano tuttavia che per ragioni tecniche la delega a Mazzucco è fino a 220 milioni. La proposta di delibera, sottolinea una nota, è stata successivamente approvata dal consiglio generale. «Fondazione CariVerona, come socio finanziario, importante e responsabile di UniCredit, sostiene l’amministratore delegato Jean Pierre Mustier nel suo impegno di risanamento e rilancio del gruppo – commenta Mazzucco -. Il nuovo investimento in UniCredit è stato valutato e deciso nell’ambito dei criteri che guidano la gestione del patrimonio della Fondazione: nell’aspettativa di una progressiva rivalutazione del titolo sul mercato e del ritorno di una remunerazione adeguata, al fine di supportare l’attività erogativa istituzionale della Fondazione».
Nei prossimi giorni arriveranno le delibere degli altri soci: Fondazione CrTorino, come anticipato ieri, si prepara a sottoscrivere interamente il 2,2% in mano (diventando così primo ente azionista), mentre le altre solo nei prossimi giorni scioglieranno le riserve. Un dato, comunque, è certo: come dimostra anche la mossa di Verona, il fronte delle Fondazioni è destinato ad assottigliarsi rispetto al 6,4% di cui dispongono attualmente.
Tra i grandi soci, gli arabi di Aabar (5%) scioglieranno le riserve nei prossimi giorni, mentre chi dovrebbe fare la sua parte è Capital Research (6,7%), come aveva anticipato a metà gennaio il responsabile investimenti del gruppo, Martyn Hole. Un dato, però, sembra evidente: la reazione di ieri del mercato – titolo a -1,65% – alla comunicazione dello sconto sul Terp, pari al 38% e dunque nella parte alta della forchetta stimata, lascia intendere che la vision del mercato sull’operazione resta positiva. Rispetto a sei anni fa oggi il titolo vale meno di un terzo, e dal 2011 al 2016 la banca ha contabilizzato 34,9 miliardi di perdite (in tre esercizi) e 4,5 miliardi di utili (negli altri tre anni), ma evidentemente gli investitori ritengono che il piano industriale, condito con una manovra da 20,3 miliardi – 13 di aumento e 7,3 di cessioni – sia in grado di riportare il titolo sulla strada della redditività sostenibile.
Non solo: così come sottolineato da diversi analisti, Equita in testa, anche le meditazioni in corso da parte di Intesa Sanpaolo su eventuali combinazioni industriali con Generali potrebbero finire per dirottare l’attenzione di alcuni investitori su UniCredit, che – piano alla mano – sembra avere una strategia «più leggibile».
Oggi, intanto, è attesa la pubblicazione del prospetto dopo l’ok di Consob.

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