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Unicredit, timone a Orcel Il risiko bancario appeso alle scelte su Mps e Bpm

«Sono entusiasta di essere stato nominato ad di Unicredit, un’istituzione veramente paneuropea e saldamente radicata in Italia, Paese dove sono nato. Vedo in Unicredit l’opportunità di fare la differenza, fare le cose in modo diverso e creare un modello di come può essere l’attività bancaria fatta nel modo giusto, per le giuste ragioni. Non intendo perdere quest’opportunità, per il bene di tutti i nostri stakeholder ».
Dopo tre mesi di riscaldamento a bordo campo – a tanto risale la sua indicazione – l’arrivo di Andrea Orcel a capo della seconda banca italiana, alquanto ammaccata nel Paese natio, promette di sbloccare alcune di quelle fusioni che molti addetti stimano si faranno entro fine anno. L’assemblea ieri ne ha votato l’ingresso nel cda rinnovato e la remunerazione stabilita. Non è stato un plebiscito: il 76,3% del 60% presente ha scelto la sua lista, un risicato 54% ha approvato le paghe (raddoppiate) dei vertici, con un 42,6% contro. Ma già così è stato un successo, visto il parere dei due maggiori consulenti dei fondi per votare “no” a una politica che riconosce a Orcel fino a 7,5 milioni l’anno, di cui i primi 5 in forma di premio, senza obiettivi da cogliere. È prevalsa dunque la volontà di dare fiducia all’ex banchiere d’affari che fece ricche Merrill Lynch-Bofa e poi Ubs: ma a patto che prenda rapidamente la via del rilancio.
Quel che si chiede a Orcel, con mandato quasi esplicito, sono le «operazioni straordinarie» (così citate nelle repliche assembleari), perché Unicredit torni forte in Italia, dove Intesa con Ubi la surclassa, avendo il 21% del mercato contro il suo 11%, e dotata di tutte le fabbriche prodotto che l’Unicredit del predecessore Mustier volle invece vendere nel riassetto 2016.
Orcel presenterà a settembre il suo piano strategico, che tiene conto della pandemia (l’ultimo risale al dicembre 2019). E chi segue più da vicino le mosse del nuovo capo scommette che in questo lasso di tempo farà la sua giocata nel risiko. Lo indica la cornice macro dei tassi negativi prolungati, che rende Unicredit incapace di redditività in Italia (solo 8 milioni di utile operativo nel 2020). Lo “indica” poi il governo, che agevolerà le fusioni trasformando in capitale qualche miliardo di euro di crediti fiscali: ma solo per operazioni approvate dai soci nel 2021, quindi lanciate entro l’estate.
Il governo ha i suoi motivi, chiamati Mps: e da luglio scorso negozia con Unicredit per istradarla su Siena, in cambio di varie doti che valgono 5-6 miliardi. Orcel avrebbe da poco parlato con il dg del Tesoro, Alessandro Rivera: e il suo approccio sembra laico sulle nozze con la banca pubblica da privatizzare entro un anno. Le farà se avrà grandi incentivi, o le farà in parte, per gli attivi di Mps che per Unicredit sono più attraenti .
La prima alternativa a cui potrebbe guardare è Banco Bpm, il terzo polo che vince in Lombardia, dove Unicredit sta scivolando al quarto posto (anche Bper vi si è rafforzata, con molte filiali ex Ubi). Un matrimonio denso di sinergie e che dal 2005 tutti i predecessori di Orcel hanno accarezzato. Già scartata, anche perché diluitiva per i soci Unicredit, è una fusione con Mediobanca, suggestiva ma impraticabile per i multipli troppo alti della controparte. Ieri anche Banco Bpm ha svolto l’assemblea, meno eclatante, benché anch’essa sia da mesi in cerca di partner, e ha un conto storico aperto con Bper, il quarto polo. Ma per gli antagonisti sarà arduo battere la volontà di Unicredit, favorita dalla linea della Bce, che cerca di incastonare le fusioni sui perni del sistema (difatti Intesa-Ubi fu un modello per la vigilanza). Anche Bper, che nomina il 21 i nuovi vertici targati Unipol deve attendere la mossa di Orcel: poi vedrà se resta una strada verso Banco Bpm o ci sono solo sentieri, ma più agevoli, che portino verso Sondrio o Carige, le altre pedine bancarie in ballo.
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