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Unicredit, Terna, Azimut i fondi esteri contestano i compensi ai top manager

Ai due estremi ci sono Generali e Unicredit: promossa a pieni voti la prima (almeno dagli investitori istituzionali) bastonata sonoramente la seconda. L’anno prima era stato il contrario, sulle politiche di remunerazione e più in particolare sui compensi già erogati al top management. Ebbene, questa stagione assembleare, ancora in pieno svolgimento, ha già dimostrato che gli investitori istituzionali – i più attivi sotto questo versante – non hanno intenzione di fare sconti, anzi forse sono ancora più determinati a contestare i compensi ritenuti troppo generosi e, soprattutto, le politiche di remunerazione non trasparenti, o gli incentivi legati a parametri considerati poco in linea con il mercato.
È una logica molto diffusa all’estero e infatti anche nelle assemblee dei gruppi presenti a Piazza Affari sono spesso gli istituzionali esteri a guidare le danze dei contrari, in ossequio alle indicazioni che arrivano dai proxy advisor. L’anno scorso i fondi avevano picchiato duro su Generali (le politiche di remunerazione erano passate con una maggioranza del 69,6% mentre i compensi a Donnet avevano avuto il 64,9% dei sì); questa volta la compagnia ha aggiustato il tiro (soprattutto in termini di parametri di riferimento e maggiore chiarezza negli obiettivi) e i due punti all’ordine del giorno hanno ricevuto rispettivamente il 95,3% e il 92,3% dei sì. Dissenso diffuso invece per Unicredit: le politiche di remunerazione (lo stipendio di Orcel, per intenderci, fino a 7,5 milioni con la parte variabile) hanno ricevuto il 54,1% dei sì mentre l’anno prima i favorevoli erano stati il 95,7%.
E dissensi anche per Terna: a pesare probabilmente è stato trattamento economico per il cambio della guardia, nel maggio 2020, tra Luigi Ferraris e Stefano Donnarumma. L’ex ad (che era anche direttore generale) ha ricevuto 4,7 milioni lordi tra indennità di fine rapporto e tutte le altre spettanze. Il risultato è stato che le politiche di remunerazione hanno ricevuto l’89,19% dei sì, i compensi corrisposti nel 2020 solo il 59,17% (all’assemblea precedente erano stati l’88,57%).
Miglioramenti corposi per Azimut, che tuttavia continua ad avere solo il 54,3% di sì ai compensi corrisposti mentre sui criteri di remunerazione stavolta ha ricevuto l’84,2% dei consensi mentre l’anno prima erano risultati maggioritari i contrari.
Maggioranza di misura per le politiche e i compensi erogati da Interpump (favorevoli rispettivamente il 55,6% e il 58,55%) così come non ottiene grandi applausi Hera (il 66,3% di favorevoli ai compensi) e la stessa Brembo: il sì ai compensi arriva dal 75% del capitale presente, molto meno degli altri punti in votazione. Stesso discorso per Amplifon, che sui compensi ha l’ok dal 76,47%.
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