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Unicredit, svolta al vertice Rampl: basta, non sono disponibile

di Fabrizio Massaro

MILANO — Dieter Rampl non si ricandiderà alla presidenza di Unicredit. L'esito del braccio di ferro con le fondazioni azioniste, in particolare le tre più grandi Crt (3,9%), Cariverona (3,5%) e Carimonte (3%), sui criteri di composizione del consiglio di amministrazione da eleggere all'assemblea di maggio ha portato al passo indietro del banchiere tedesco, che era arrivato al vertice di Unicredit con la fusione realizzata nel 2005 da Alessandro Profumo tra Piazza Cordusio e la banca Hvb.
Dopo un consiglio di amministrazione durato oltre sette ore, ieri sera alle 22 Rampl ha comunicato «di non essere disponibile per un ulteriore mandato». Sabato scorso al Forex di Parma aveva detto di essere disponibile a restare al vertice ma solo «a fronte di un progetto di governance valido per tutti gli azionisti italiani e internazionali. Perché lo scopo è quello di fare buoni risultati per la banca». Aggiungendo con un sorriso: «Siamo in democrazia, se la maggioranza degli azionisti mi vuole…». Ma Rampl, che pure nel 2010 si era ritagliato un ruolo importante nello scontro che portò all'uscita di scena di Profumo, adesso era indebolito rispetto agli orientamenti delle fondazioni italiane. Gli enti, che pur diluiti dopo l'aumento da 7,5 miliardi (il terzo in tre anni portato a termine dall'amministratore delegato Federico Ghizzoni) complessivamente pesano per il 12% circa nell'azionariato, vogliono tornare a contare dentro l'istituto. A cominciare dalla scelta del vertice. Circa i piccoli enti (Banco di Sicilia, Cassamarca, Manodori), essi non intendono restare fuori dal consiglio, mentre una delle proposte di Rampl era stata il dimagrimento del board, oggi composto da 23 amministratori: una scelta che avrebbe inevitabilmente escluso i soci minori.
Ieri mattina prima del consiglio le fondazioni hanno tenuto una riunione plenaria a Milano, dopo quella di lunedì a Modena tra gli enti maggiori (Crt, Cariverona, Carimonte). E sarebbe stato l'orientamento maturato in questi summit di puntare su un presidente di profilo internazionale ma possibilmente italiano a creare la scintilla che ha spinto Rampl a lasciare la scena: secondo una fonte a conoscenza della vicenda, Rampl avrebbe gradito comunque essere coinvolto nel processo di scelta del nuovo presidente.
Adesso entra nel vivo il dibattito sulla scelta del nuovo presidente. Tra i nomi di possibili candidati che circolano tra le fondazioni c'è quello del direttore generale della Banca d'Italia, Fabrizio Saccomanni. Rappresenterebbe una scelta istituzionale di alto profilo anche se bisognerebbe valutare eventuali problemi di incompatibilità legati all'alto incarico ricoperto in via Nazionale. C'è anche chi fa il nome di Guido Rossi, già presidente Consob e Antitrust. Entrambe sono figure che possono essere di garanzia per tutti, compresi i fondi esteri come Aabar (primo socio al 6,5%) o gli americani di Blackrock, e gli imprenditori italiani che hanno investito nell'aumento di capitale come Diego Della Valle, Francesco Gaetano Caltagirone o Leonardo Del Vecchio (che ieri ha rivelato di «essere salito a poco più dell'1%»). Dai candidati alla presidenza si è invece ufficialmente sfilato pochi giorni fa Fabrizio Palenzona, vicepresidente dell'istituto e rappresentante della Fondazione Crt, in quanto «impegnato nella presidenza di Adr». Ma non c'è dubbio che Palenzona avrà un ruolo quantomeno di kingmaker, considerando anche il peso di primo azionista conquistato dall'ente torinese con l'aumento da 7,5 miliardi. Anche perché Torino è tra le fondazioni che più sta soffrendo: il patrimonio si è svalutato da 2,9 a 1,9 miliardi a causa del crollo dei valori di Unicredit. E per seguire i tre aumenti ha investito un altro miliardo di euro. Ma anche Cariverona e Carimonte stanno tessendo la loro tela sul presidente e sul consiglio.
Proprio sui criteri di competenza, professionalità e autorevolezza necessari per entrare a far parte del board dell'istituto, così come richiesti dalla Banca d'Italia a tutte le banche, si sarebbe concentrata la riunione del board di ieri, sebbene non abbia affrontato il tema del numero dei consiglieri. Ieri sarebbero stati approvati i criteri di scelta del candidato-tipo: profilo internazionale ed esperienza in questioni bancarie e nelle tematiche di impresa. Non sarebbe invece stata adottata la stretta sui criteri dell' «autorevolezza» richiesta dalla Banca d'Italia, in quanto condizione ulteriore rispetto ai requisiti di onorabilità (che si perdono con una condanna definitiva in sede penale). Qualche consigliere avrebbe suggerito di escludere chi si trovasse ad essere debitore problematico nei confronti della banca, o avesse subito condanne non definitive o fosse anche solo imputato. Ma la proposta non sarebbe passata. Ieri inoltre è stata discussa la relazione della Vigilanza di Banca d'Italia su una recente ispezione dalla quale — secondo fonti vicine all'istituto — sarebbero arrivati fra l'altro rilievi circa i modelli procedurali sui crediti: il giudizio finale di Bankitalia è stato «parzialmente sfavorevole».
 

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