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UniCredit, stretta sul presidente

di Marco Ferrando

MILANO
Accordo ancora da trovare tra i grandi soci di UniCredit per il nuovo presidente di piazza Cordusio. Smaltita la tensione della settimana scorsa, quando l'ultimo incontro di lunedì tra le Fondazioni si era concluso con un nulla di fatto con malumori, si è aperta la settimana in cui i soci dovranno individuare a tutti i costi il successore di Dieter Rampl: il termine per prendere una decisione scade infatti lunedì prossimo, ultima data utile per la presentazione delle liste in vista della prossima assemblea dell'11 maggio.
In agenda al momento c'è una sola data ed è quella di dopodomani, quando le Fondazioni insieme ai grandi azionisti privati si riuniranno a Milano per esaminare insieme al vice presidente della banca, Vincenzo Calandra Buonaura, la lista dei papabili per la presidenza elaborata con la consulenza di Egon Zehnder International; è in quell'occasione, concorda la maggior parte degli azionisti italiani, che si dovrà trovare una quadra sul nome. Ormai tramontata l'ipotesi di un ritorno in corsa del vice presidente Fabrizio Palenzona, come proposto da alcuni azionisti la settimana scorsa, in base a quanto si apprende al momento la rosa si sarebbe ristretta a quattro candidati: Gian Maria Gros-Pietro, Giuseppe Vita, Alberto Tantazzi e Massimo Tononi. Tra loro, è intorno a Gros-Pietro e Vita che al momento sembra coagularsi il maggior consenso degli azionisti, con Tantazzi un passo indietro ma ancora in corsa. Possibile ma non probabile che proprio tra oggi e giovedì spunti qualche nuovo candidato, un dato è certo: gli azionisti tengono gli occhi puntati anzitutto su Fondazione Cariverona, l'unica a non essersi ancora apertamente espressa per un candidato; l'ente guidato da Paolo Biasi finora si è limitato a far capire di guardare con interesse a Giuseppe Vita, l'attuale presidente di Allianz, senza tuttavia sbilanciarsi in misura definitiva.
Proprio l'incertezza intorno alla posizione dei veronesi avrebbe spinto, almeno finora, le altre Fondazioni a non convocare un nuovo vertice prima di giovedì, destinato – in queste condizioni – a rivelarsi ancora interlocutorio.
Altra questione delicata, l'attribuzione dei posti all'interno del nuovo consiglio di amministrazione. Rispetto a quello uscente i componenti scenderanno da 23 a 19, dunque cambieranno i criteri di rappresentanza al suo interno; complice la norma sulle quote rosa, che imporrà almeno quattro donne contro le attuali tre, così come il riassetto dell'azionariato conseguente all'aumento di capitale, per le Fondazioni ci sarà da spartirsi otto posti all'interno del cda, che potrebbero al massimo diventare nove nel caso in cui la quota degli azionisti libici dovesse restare congelata e quindi inutilizzabile ai fini del consiglio.
Numeri alla mano, l'ipotesi formulata da Fondazione Crt, Fondazione Cariverona e Carimonte holding, prevederebbe l'assegnazione ai tre enti, tutti titolari di quote superiori al 3%, di due rappresentanti a testa; per le altre quattro Fondazioni (CrTrieste, Cassamarca, Manodori e Bds, a cui fa capo dallo 0,7% in giù) spetterebbero da due a tre posti al massimo, costringendole a un meccanismo di alternanza che al momento non sembra aver ancora convinto tutti.
Ma anche in questo caso, il nome del presidente, insieme a quello dei vice – che dagli attuali quattro potrebbero scendere a tre o addirittura a due – risulta fondamentale per la quadratura del cerchio, perché è chiaro che un presidente espressione di una fondazione potrebbe liberare un altro posto. Un'alchimia complessa, nella quale tuttavia le fondazioni sanno di dover mantere il fronte compatto a tutti i costi (solo nel corso dell'ultimo aumento di capitale sono scese dal 13,1 all'11,9% del capitale) e trovare un accordo con i nuovi azionisti privati italiani, come Francesco Gaetano Caltagirone e Diego della Valle.

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