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UniCredit, sì dei soci al maxi-aumento

Quasi a dispetto delle dimensioni, le più grandi di sempre per l’Italia, l’aumento di capitale da 13 miliardi è stato approvato con una percentuale bulgara dai soci UniCredit. Non perché non sia un sacrificio, anzi, ma evidentemente è condivisa la sensazione che la manovra sia «indispensabile per il salvataggio della banca», come ha scandito il presidente di Fondazione CariVerona, Alessandro Mazzucco. Così si spiega il 99,6% dei favorevoli, che fa il paio con il 99,8% dei consensi che il nuovo ad, Jean Pierre Mustier, ha incassato quando pochi minuti dopo c’è stato da ratificare la sua nomina in cda: piace la cura e piace il dottore, ritenuto all’altezza di creare quel «deciso cambio di rotta» evocato anche dal presidente, Giuseppe Vita, in apertura dei lavori, quando ha spiegato ai soci come si è arrivati alla scelta del manager francese, «un gradito ritorno» per Piazza Gae Aulenti.
I soci che ieri hanno votato la manovra e confermato il cambio della guardia sono gli stessi che, nove mesi fa, avevano approvato il bilancio 2015, con tanto di scrip dividend. E anche il cda, a parte le new entry dello stesso Mustier, di Sergio Balbinot e Martha Dagmar e Boeckenfeld non è cambiato, ma – a parte lo «sconcerto» di CariVerona, che pur appoggiando il nuovo corso ha auspicato «totale discontinuità» nel board – evidentemente si è proiettati più sul futuro che sul passato.
E dunque sull’aumento, operazione fatta spontaneamente e non su richiesta della Vigilanza, come ha dichiarato in mattinata la banca su richiesta specifica della Consob; non solo: sempre su istanza dell’authority, la banca ha confermato che visto lo sfasamento tra le svalutazioni (approvate a febbraio) e l’aumento (in cassa da marzo), per qualche tempo anche in caso di successo dell’operazione alcuni requisiti di capitale saranno temporaneamente non soddisfatti.
La manovra, ha confermato Mustier presentando l’operazione, verrà lanciata entro il primo trimestre. La data più probabile, come anticipato la settimana scorsa da Il Sole, resta quella del 13 febbraio, sempre che si riesca a soddisfare in tempo tutti gli adempimenti necessari. Prima di allora, verosimilmente il 23 gennaio, verrà effettuato il raggruppamento delle azioni – una per ogni 10 – approvato dai soci, una mossa che ridurrà la volatilità ma soprattutto scongiurerà il rischio di diventare una penny stock con l’immissione di 13 miliardi di nuova carta sul mercato. L’operazione, ha ricordato il manager, viene dopo le cessioni dell’estate e dell’autunno (Fineco, Pekao, Pioneer) e servirà a bilanciare i 12,2 miliardi di poste straordinarie negative del quarto trimestre, per due terzi imputabili alle rettifiche sui crediti.
Con le coperture al 74,5% sulle sofferenze e al 40,8% sugli incagli, il piano, che più in generale punta a valorizzare il profilo di banca commerciale paneuropea semplice ed efficiente, consentirà una rottura netta con il passato. Cioè di saldare i conti con le stagioni passate dei crediti facili e deteriorati, in buona parte giunti in eredità con Capitalia. Oggi l’attenzione dell’opinione pubblica è tutta sui nomi dei debitori – anche ieri qualche socio ne ha fatto richiesta sull’onda del lodo Patuelli, ma UniCredit non ha violato la prassi di massima riservatezza – ma ai mercati interessa che il problema sia definitivamente risolto. Dopo 8,1 miliardi di svalutazioni UniCredit avrà i suoi crediti deteriorati a prezzi di mercato, e questo è uno dei messaggi su cui Mustier insisterà di più nelle prossime tre settimane, quando effettuerà il road show nelle principali piazze finanziarie del globo. In realtà già nei giorni scorsi sono iniziati i primi contatti informali con circa 200 investitori, e finora «il feedback è stato positivo», ha dichiarato il ceo al termine dell’assemblea: «Siamo estremamente fiduciosi, ma dobbiamo lavorare sodo». Ieri, intanto, il titolo ha perso l’1,75% a 2,58, continuando la marcia di avvicinamento a un prezzo d’aumento stimato intorno a 1,3 euro. In quest’ottica, la partecipazione massiccia dei fondi in assemblea (e il voto favorevole all’aumento) è di buon auspicio. Probabile che il primo socio, Capital Research, entrato a settembre quando l’aumento era nell’aria – e Mustier al lavoro – segua pro-quota, e anche il secondo, gli arabi di Aabar, dovrebbe fare lo stesso: «C’è stato un incontro molto positivo con l’amministratore delegato ma non è stata presa ancora alcuna decisione», ha detto a Radiocor il vice presidente di UniCredit, Luca Cordero di Montezemolo, espressione proprio del fondo di Abu Dhabi. Più complicata la strada per le Fondazioni, che in virtù del protocollo Acri-Mef non possono indebitarsi, nè costruire derivati per seguire gli aumenti: Verona, che proprio l’altroieri aveva annunciato di aver assottigliato dello 0,5%, potrebbe cercare di difendere il 2,2% residuo (anche se la presenza, e le dichiarazioni, di Mazzucco lasciano intendere che nulla è scontato), Torino si sarebbe già attrezzata per presidiare il suo 2% abbondante. Carimonte e le altre, come ad esempio Manodori e Trieste, potrebbero in parte diluirsi, così come alcuni dei soci privati italiani. La nuova fotografia dell’azionariato si avrà con la prossima assemblea, che – ha detto Vita chiudendo i lavori – potrebbe svolgersi per la prima volta a Milano.

Marco Ferrando

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