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Unicredit, sì degli azionisti a Mustier

Il lavoro per Jean Pierre Mustier comincia adesso. Ieri il ceo di Unicredit ha incassato il sì plebiscitario (99,6%) dei soci — 52% del capitale in assemblea, metà fondi esteri — ma ora si tratta di trovare i 13 miliardi del maxi-aumento. L’operazione dovrebbe partire a febbraio dopo i conti annuali attesi per il 9 — che saranno appesantiti da oltre 8,1 miliardi di svalutazioni sui crediti, costi di uscita di 14 mila dipendenti (di cui 3.900 in Italia) per 1,7 miliardi di euro e svalutazioni dell’attivo da 1,4 miliardi — per chiudersi ai primi di marzo, in tempo perché Unicredit possa pagare le cedole su 2,5 miliardi di bond più rischiosi (additional tier 1).

«Siamo estremamente fiduciosi», ha detto Mustier, «ma dobbiamo lavorare sodo». E il presidente Giuseppe Vita ha sottolineato che «il mercato crede nella bontà del nostro piano», sottolineando il balzo del 10% del titolo dalla presentazione del piano industriale del 13 dicembre. «Con un patrimonio rafforzato potremo resistere agli urti esterni», ha continuato Vita, sottolineando che «la trasformazione non cambierà la nostra dimensione paneuropea perché crediamo nel potenziale dell’Europa». Al termine dell’aumento — non richiesto dalla Bce e le cui azioni saranno collocate al pubblico in Italia, Germania e Polonia e agli investitori istituzionali in Usa — e dopo la cessione di 17,7 miliardi di euro di crediti in sofferenza, la banca si troverà ai livelli più alti di patrimonio tra le banche sistemiche (Sifi), la cui media europea è del 13,1%.

Ma non sarà facile. I soci sono pronti a presentare il conto. Ha cominciato ieri la Fondazione CariVerona, fino a pochi giorni fa primo socio italiano e ora leggermente arretrato al 2,3% dopo aver venduto uno 0,5% per fare cassa. Il presidente Alessandro Mazzucco ha votato sì al piano definendolo «indispensabile per il salvataggio della banca» ma ha espresso «sconcerto» per un consiglio — nel quale la Fondazione non ha rappresentanti — «che ci invita a una operazione così preoccupante e ponderosa mentre fino all’estate manifestava piena e incondizionata fiducia al management e che le cose erano sotto controllo». Per questo ha chiesto «discontinuità», cioè l’uscita di tutti i consiglieri, tra i quali ieri è stata votata la cooptazione di Sergio Balbinot e Marta Dagmar Bockenfeld, oltre che dello stesso Mustier. Quella della governance è una partita che si giocherà da qui al rinnovo del 2018, e che forse potrà essere anticipata a seconda di come cambierà l’azionariato. Le fondazioni (CariVerona, Crt, Carimonte, Manodori, CrTiestre, Cassamarca e Fondazione Sicilia), che hanno il 9% in totale, hanno avviato consultazioni per un nuovo ruolo. Peseranno i soci esteri: il fondo sovrano di Abu Dhabi, Aabar, è al 5,042% e — come ha sottolineato il vicepresidente Luca Cordero di Montezemolo, espresso dagli arabi — «non ha ancora deciso» se seguire l’aumento; i fondi Usa Capital Research e BlackRock restano al 7,6% e al 4,8%. Intanto il dg Gianni Franco Papa, ha sottolineato che Unicredit «non ha interesse ad accrescere la quota in Mediobanca».

Fabrizio Massaro

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