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Unicredit sceglie Amundi per cedere il risparmio di Pioneer Sul tavolo 4 miliardi

All’indomani del referendum, di primo mattino, una nota di due sole righe conferma le indiscrezioni circolate nella lunga notte della vittoria del No: l’Unicredit guidata da Jean Pierre Mustier ha scelto l’opzione francese per trattare in esclusiva la vendita di Pioneer. A rilevare la controllata del risparmio gestito italiano potrebbe dunque essere il gigante d’Oltralpe dell’asset management (mille miliardi di masse gestite nel mondo) per una cifra stimata di circa 4 miliardi, compresa la liquidità che Pioneer ha in cassa. Si tratta di 500-800 milioni che Unicredit (assistito da JPMorgan Chase e Morgan Stanley) potrebbe ottenere come dividendo straordinario prima della vendita a Amundi (seguita da Mediobanca).

La richiesta di Mustier si è rivelata impegnativa per altri aspiranti, a partire da Poste Italiane che è uscita dalla gara. E a poche ore dall’annuncio di Unicredit, fa sapere di volersi rafforzare nel risparmio gestito attraverso l’alleanza con Anima. L’obiettivo, si legge in un comunicato di Poste, è quello di offrire al risparmio degli italiani «un campione nazionale con 145 miliardi di masse gestite», terzo in classifica dopo Generali e Intesa Sanpaolo. Poste ha rafforzato l’alleanza con Anima salendo dal 10 al 24,9% e diventando azionista di riferimento della sgr indipendente quotata dal 2014.

Sul fronte Unicredit-Amundi, l’accelerazione sembra decisa e i tempi stretti. L’accordo di cui si discuterà già oggi in un consiglio straordinario post voto, potrebbe essere raggiunto entro il 13 dicembre, la data dell’atteso vertice sul piano strategico. Una ristrutturazione che dovrebbe comprendere la cessione di crediti deteriorati per circa 20 miliardi e un massiccio aumento di capitale stimato (dal mercato) fino a 13 miliardi di euro. La proposta di maxi ricapitalizzazione sarà ora da valutare anche in base agli effetti che l’esito del referendum dispiegherà nelle prossime settimane sui listini e sulla capacità di questi ultimi di assorbire un’operazione di tale portata. Come noto, secondo più di una casa d’analisi saranno proprio le banche a sostenere il costo più alto del No al referendum e della crisi di governo.

«I risultati della scorsa notte non modificano i nostri piani», ha tuttavia assicurato ieri Mustier in una dichiarazione a Bloomberg tv sottolineando come la banca possa contare su «futuro luminoso» e come la «volatilità del mercato» non rappresenti una preoccupazione. «Dobbiamo essere fiduciosi sull’Italia, che è un ottimo Paese. Guardiamo al lungo termine».

Ieri in Piazza Affari il titolo ha perso il 3,4% in chiusura a 2,01, dopo una flessione del 6,8%, sulla scia dei ribassi bancari. Mentre resta alta anche l’attenzione su Pekao. L’assicuratore polacco Pzu e il fondo statale Pfr, da settimane in trattativa con Unicredit per acquisire la banca di Varsavia, puntano anch’essi a definire l’accordo entro questa settimana.

Sul procedere delle prossime settimane, Mustier e il presidente Giuseppe Vita hanno sondato anche l’opinione dei soci stabili, le fondazioni, in un incontro tenuto venerdì scorso nella sede di piazza Gae Aulenti. Cariverona, Crt, Carimonte, Manodori, CrTiestre, Cassamarca e Fondazione Sicilia controllano oggi il 9% circa del capitale. Tra i primi soci figurano anche Capital Research, BlackRock e gli arabi Aabar.

Paola Pica

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