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Unicredit scagliona le uscite

Visto dall’azienda è un piano di rilancio che con l’uscita di chi ha i requisiti per la pensione libererà posizioni e con la formazione riqualificherà i lavoratori secondo le esigenze tecnologiche e di mercato. Visto dal sindacato è un piano che non tutela l’occupazione. Alla vigilia del l’incontro (fissato per domani) tra il gruppo Unicredit e i sindacati, con cui entrerà nel vivo il negoziato della fase uno della procedura aperta per attuare il piano industriale che arriva al 2018 (la lettera è stata inviata ai sindacati il 9 maggio), è chiaro che trovare una sintesi delle posizioni non sarà facile.
Storicamente nel gruppo non c’è mai stata la prassi di aprire, chiudere e poi riaprire i piani, ma di affrontarli sempre in maniera definitiva. E anche questa volta l’obiettivo aziendale non è diverso. La fase uno del negoziato – che attiverà poi la fase due – è la più importante, quella alla cui realizzazione positiva si lega anche l’uso della strumentazione (il fondo di solidarietà) per la fase due. I 5.400 esuberi di fatto sono, in parte, la riproposizione del vecchio piano, il cui esito è sfumato a causa della riforma Fornero che ha spostato di 3,5 anni l’uscita di 2.400 lavoratori pensionabili. A questi si aggiungono altre 400 persone che hanno aderito a vecchi piani incentivati di esodo. Uno degli strumenti per arrivare al target del piano è il pacchetto volontario incentivato per fare uscire alla prima data utile i 2.400 dipendenti che sono pensionabili entro il 2018. Gli altri 2.600 che mancano all’appello per realizzare il piano 2018 fanno parte della fase due. Quella che preoccupa di meno il gruppo e che, a seconda di come andrà la fase uno, potrebbe anche prevedere l’uso del fondo di solidarietà.
Il count down – la procedura ha una durata di 50 giorni – prevede ancora 4 settimane per negoziare l’accordo della fase uno in cui il gruppo non farà sicuramente uso del fondo di solidarietà, strumento troppo costoso. Il 70% dello stipendio senza prestazione lavorativa per 3,5 anni per 2.400 persone che hanno mediamente retribuzioni alte vorrebbe dire aver accantonato per questa prima fase 500 milioni di euro. L’istituto è invece orientato a fare uscire gradualmente le persone utilizzandone la prestazione lavorativa fino alla prima data utile per la pensione. Ci sono una serie di attività, come per esempio il recupero crediti, per le quali l’azienda si appoggiava a fornitori esterni, che potrebbero essere riportate all’interno e nelle quali potrebbero essere occupati gli esuberi della fase uno della procedura: alla prima data utile però l’uscita diventa necessaria e per accompagnarla l’azienda prevederebbe un pacchetto di incentivi all’esodo composito.
La prima fase prevede anche il massiccio piano di riqualificazione professionale che coinvolgerà 2.200 persone per effetto della riorganizzazione che farà sparire le attività a minor valore aggiunto. Nel futuro delle filiali del gruppo, per esempio, la figura del cassiere in senso classico sparirà, sopraffatta dall’evoluzione tecnologica, mentre si libereranno molte posizioni corporate, soprattutto per effetto delle uscite. Il negozio bancario si avvarrà della collaborazione di figure consulenziali ed esplorerà diversi business, compresa la vendita di tablet e panche ginniche, non troppo diverso da vendere carte bancomat. E nemmeno una novità. Chi viene dal Credito italiano ricorda ancora di quando tra gli articoli presenti in filiale c’erano le Barbie con i loro vestitini o i prodotti della Beghelli. Dal 2013 al 2018, secondo una proiezione della banca, presentata ai sindacati, le operazioni manuali caleranno del 30%. Se il gruppo facesse macchine, evidentemente, dovrebbe esservi un’analoga riduzione della forza lavoro. Di qui la necessità di ragionare seguendo una logica più ampia che, tra l’altro, finora sta dando risultati positivi laddove è stata sperimentata.
Ultimo capitolo della fase uno, non meno complesso degli altri è l’integrativo. Un tema che sta tenendo banco anche nel negoziato per il rinnovo del contratto collettivo nazionale. Se l’azienda ha chiesto un suo congelamento, oltre alla redistribuzione delle risorse per la previdenza complementare e i premi di anzianità in base alla produttività, il sindacato però non sembra disposto a fare passi indietro. Certo il congelamento è la sospensione, non la disdetta, ma il messaggio è chiaro: non ci sono risorse per sostenere il secondo livello e il rinnovo del contratto.

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