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UniCredit, salta l’accordo su Pioneer

Per la fabbrica prodotto ora il gruppo non esclude la quotazione
UniCredit e Santander si piegano alla dura legge della Vigilanza. che già non fa sconti quando si tratta di operazioni domestiche, figuriamoci quando si tratta di aggregazioni globali. Morale, dopo quasi due anni trascorsi a ragionare sull’integrazione tra Pioneer e l’asset management del gruppo spagnolo, ieri i due (potenziali) partner hanno deciso di interrompere i negoziati e far saltare gli accordi già presi.
«Abbiamo provato finché abbiamo potuto a venire incontro alle attese dei regolatori, ma evidentemente non ce l’abbiamo fatta», ha dichiarato ieri il ceo di Santander, Jose Alvarez. Da UniCredit, invece, solo un comunicato: «In assenza di una soluzione realizzabile entro un arco di tempo ragionevole, le parti hanno concluso che fosse più appropriato porre fine alle trattative», hanno spiegato da Piazza Gae Aulenti. Dove a quanto pare nessuno si straccia le vesti: da mesi ormai la partita era in stallo, dall’autunno scorso dal Cet1 di UniCredit sono stati espunti i 25 punti base di benefici potenziali derivanti dall’operazione, e ora la fabbrica prodotti del gruppo entra in tutto e per tutto nella cassetta degli attrezzi a cui potrà attingere Jean Pierre Mustier per il nuovo piano industriale atteso a novembre. Anzi, Pioneer sarà uno dei punti focali visto che il gruppo esplorerà «le migliori alternative nell’interesse di tutti gli stakeholders, tra cui una potenziale Ipo», ha comunicato la banca. Un cenno sicuramente non casuale, anche se fonti vicine al gruppo fanno intendere che lo sbarco in borsa non è ancora deciso: l’obiettivo, piuttosto, è «garantire a Pioneer le risorse adeguate per accelerare la sua crescita e continuare a sviluppare soluzioni e prodotti best-in-class da offrire ai propri clienti e partner», e le vie per raggiungerlo sono più d’una.
Sta di fatto che sul piano ormai è concentrata l’attenzione del mercato. Dove le nuove speculazioni di analisti e le indiscrezioni di stampa su aumento e possibili cessioni hanno agitato Piazza affari e indispettito il gruppo. L’ipotesi più gettonata è quella di una ricapitalizzazione per 5 miliardi e la cessione integrale di Pekao o Fineco, uno scenario che ieri in Borsa ha penalizzato tutti i titoli coinvolti, da UniCredit (-4,1%) a Fineco (-4,21%) fino a Pekao (-3,06%); in serata, la secca smentita del gruppo, che anzi «chiederà alle autorità competenti di valutare se si siano verificate situazioni di abuso di mercato e, se lo riterrà necessario, si avvarrà di ogni strumento per assicurarsi che i suoi diritti e la sua reputazione siano tutelati». Tradotto: il cantiere procede ma tutto può succedere; e finché non si alzerà il velo sul piano meglio non dare nulla per scontato.
Realisticamente, Pekao e Fineco sono tra gli asset liquidabili dal gruppo. Non immediatamente (dopo aver ceduto il 10% di entrambi due settimane fa è partito un lock up di tre mesi sulla quota restante) ma agevolmente, considerato che le due società sono quotate. La decisione è, piuttosto, strategica: «La vendita di Bank Pekao priverebbe UniCredit della leadership in un mercato con tassi di crescita e rendimenti notevolmente superiori alla media di gruppo», commentava ieri Equita Sim. Mentre Credit Suisse si attende una manovra da 8,2 miliardi, tra aumento di capitale (4 miliardi), cessione di Pekao e del 10% di Fineco e la quotazione del 30% di Pioneer, con un beneficio di 222 punti base sul Cet1 a cui farebbe da contraltare una diluizione del 42% dell’utile per azione. Più difficile smobilizzarel a turca Yapi Kredi, dove la struttura dell’azionariato – UniCredit è socio paritetico di Koç Group nella holding che controlla l’81,8% della banca – lascia scarsi spazi di manovra, mentre ipotesi più “hard”, sempre di scuola, riguardano Bank Austria o Hvb.
Qualche indicazione potrebbe arrivare la prossima settimana, quando UniCredit presenterà i conti del secondo trimestre: il consensus stima ricavi per 5,7 miliardi e un utile di 664 milioni.

Marco Ferrando

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