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Unicredit in ripresa, stop al piano holding europea

Jean Pierre Mustier, ceo di Unicredit, tira dritto: nessuna fusione in vista, tantomeno con il Montepaschi. Ma viene anche accantonato — «è un progetto» — l’idea di dividere il gruppo in una parte solo italiana e in una parte con le attività estere attraverso una subholding (che poi, secondo le analisi, avrebbe potuto essere lo strumento per una fusione a livello internazionale). E conferma la politica del gruppo: remunerare i soci con un riacquisto di azioni e il dividendo, grazie a una dotazione di capitale alta, al 14,41%%.

Mustier ribadisce la strategia presentando i conti dei nove mesi chiusi con una perdita di 1,6 miliardi legati agli accantonamenti, in gran parte per il Covid-19 (saliti a quota 2,9 miliardi), ma con utili del terzo trimestre a quota 692 milioni, il doppio di quanto stimavano gli analisti, +31,1% sul secondo trimestre ma in calo del 37,2% su un anno fa. I dati mostrano un miglioramento della performance commerciale dopo la fine del lockdown in molti dei mercati in cui Unicredit è presente, in particolare nelle ultime fasi del secondo trimestre. Un segnale è arrivato dai ricavi per 4,4 miliardi (+4,4% trimestre su trimestre ma -7,4% anno su anno). L’utile netto sottostante, base di calcolo per la distribuzione dei dividendi, di quasi 700 milioni nel trimestre (e 1,6 miliardi nei nove mesi) è stato possibile grazie a maggiori ricavi, un continuo controllo dei costi e un’accelerata trasformazione nel modello di business.

«Siamo in linea con i tempi previsti per conseguire il nostro obiettivo di utile netto sottostante superiore a 0,8 miliardi di euro» per quest’anno «e confermiamo il nostro target tra 3 e 3,5 miliardi» per il 2021, assicura Mustier. «Continuo a lavorare con il management e il board per portare avanti il piano strategico», ha glissato alle domande sul suo futuro in banca (si susseguono le indiscrezioni su una sua non ricandidatura al rinnovo del board in primavera). «Penso che la banca abbia scelto il miglior presidente», ha invece diplomaticamente risposto circa la cooptazione di Piercarlo Padoan. La subholding, ha poi spiegato il banchiere, di fatto è non più attuale: «Era stato pensato più di un anno fa per ottimizzare il costo del funding e la nostra struttura ma nel nuovo contesto macroeconomico», con condizioni di politica monetaria più favorevoli non ce n’è più ragione.

 

Nella stessa giornata Mps ha presentato conti dei nove mesi chiusi con una perdita di 1,5 miliardi, anche per 768 milioni di maggiori accantonamenti (non è precisato quanti riferiti alle cause legali). La banca guidata dal ceo Guido Bastianini ha confermato che «sta lavorando alla revisione del capital plan per le iniziative di rafforzamento patrimoniale in corso di valutazione» che dovranno tener conto «degli accantonamenti per rischi legali contabilizzati nel trimestre, della scissione di 8,1 miliardi di npl a favore di Amco e delle future implicazioni del contesto regolamentare e macroeconomico». È in corso un confronto con il Tesoro, che ha il 68%: il chiarimento si avrà «entro un mese», ha detto il cfo Giuseppe Sica. Il patrimonio è oggi al 12,9% che però non tiene conto del miliardo che verrà sottratto a Mps con l’operazione Amco. Si tratta comunque di una operazione importante perché porta gli npl al livello più basso in Europa, al 4%.

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