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UniCredit rinvia il dossier sui soci libici

di Alessandro Graziani

UniCredit rinvia il dossier Libia a uno dei prossimi consigli di amministrazione. La situazione di guerra civile nel Paese africano esclude mosse intempestive e indelicate da parte del board di UniCredit, anche perchè al momento manca un interlocutore certo in Libia con cui discutere il trattamento (ai fini del diritto di voto in assemblea) delle quote della Central Bank of Lybia (4,9%) e del fondo sovrano Lya (2,6%). Tanto che il consiglio di amministrazione di UniCredit ieri non ha neanche affrontato il tema, delegando al presidente Dieter Rampl la posizione del gruppo. «Sono personalmente vicino alla popolazione libica e auspico la più rapida cessazione delle gravi violenze in corso – spiega Rampl in una nota ufficiale – c'è anche preoccupazione perché non siamo riusciti a contattare il nostro vice presidente, Farhat Bengdara». I ripetuti tentativi di mettersi in contatto con il Governatore della Banca Centrale Libica, che rappresenta Tripoli nel board di UniCredit, non hanno avuto esito. Alimentando preoccupazione tra i consiglieri e facendo mancare l'interlocutore naturale per i temi collegati alla eventuale sterilizzazione dei diritti di voto eccedenti la quota del 5%. Un tema su cui il confronto tra gli azionisti, a partire dalle Fondazioni, stava andando avanti da mesi e che sembrava andare verso una sintesi condivisa. Come ricorda lo stesso Rampl. «Per quanto riguarda le partecipazioni degli azionisti libici in UniCredit, nell'interesse di tutti gli azionisti e nel rispetto del ruolo delle Autorità, si sono sviluppati nel corso degli ultimi mesi positivi contatti finalizzati al chiarimento della situazione che si è venuta a creare – spiega il presidente di UniCredit – e in ogni caso, la decisione circa l'esercizio del voto da parte degli azionisti libici, quando dovuta, si fonderà sulla più attenta valutazione dei fatti da parte della banca».

Il tema dei diritti di voto non ha alcuna urgenza ed entrerà nel vivo nella fase pre-assembleare di fine aprile. Ma sarà realmente decisivo solo all'assemblea dell'anno prossimo, quando i soci saranno chiamati a rinnovare l'intero consiglio di amministrazione. Normativa alla mano, in assenza di provvedimenti di Bankitalia o di delibere formali del board, il potere di ammissione al voto in assemblea è di competenza del presidente (sentito il presidente del collegio sindacale). E quindi la materia è nelle mani di Rampl che ieri, con procedura insolita, ha chiuso il board con una propria dichiarazione e non con uno statement dell'intero consiglio di amministrazione. Segno di nuove divergenze tra il presidente tedesco e gli altri azionisti italiani? In mattinata erano circolate voci (poi smentite) di ipotesi di dimissioni di Rampl. Ma l'ipotesi non ha trovato alcun riscontro, neanche nello svolgimento del consiglio.

I vertici di UniCredit, management compreso, continuano a monitorare con attenzione e preoccupazione la situazione libica. Anche se non vi sono motivazioni per i timori della Borsa che, dopo il -5% di due giorni fa, anche ieri hanno penalizzato i titoli UniCredit con un calo dell'1,82% a 1,835 euro. Da Piazza Cordusio si fa notare che la banca non ha alcuna esposizione diretta in Libia, nè la banca ha una presenza con filiali (la licenza a operare era per il momento un puro progetto). Nè, per fortuna, UniCredit ha dipendenti italiani a Tripoli. Il coinvolgimento è dunque solo indiretto e collegato alla generale situazione internazionale di timori per le forniture e per i prezzi del petrolio. Ma non esiste, precisano da Piazza Cordusio, alcun rischio Libia per UniCredit.

Nel corso del board, dedicato anche a temi tecnici e preceduto in mattinata da una riunione dei consiglieri indipendenti, l'amministratore delegato Federico Ghizzoni ha ribadito ai consiglieri che la situazione in Libia non preoccupa la banca. Un concetto già espresso alla vigilia dal top manager, di fronte ai timori espressi da alcuni azionisti, e che è stato ribadito anche da Andrea Landi, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, che detiene una quota di UniCredit attraverso la partecipata Carimonte (3,04%).
 

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