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Unicredit prudente crolla in Borsa Conferma l’utile ma il titolo fa -4,9%

«Siamo attrezzati sia per il bel tempo sia per quello meno bello: abbiamo un bilancio forte e tutto va nella direzione di avere un profilo forte». Parola di Jean Pierre Mustier, commentando i dati della semestrale di Unicredit. Il mercato gli ha creduto a metà, visto il tonfo del titolo in Borsa (-4,94%, sotto i 10 euro).
Non ha aiutato il taglio nelle stime di crescita dei ricavi per l’intero 2019, portato da 19 a 18,7 miliardi, nonostante la conferma dell’utile netto rettificato, a 4,7 miliardi, che sarà la base per la distribuzione del 30% in dividendi. La banca paga il prolungarsi dei bassi tassi di interesse (e le minori entrate da trading) e la difficoltà di fare ricavi a quanto si intravede caratterizzerà anche il nuovo piano industriale, che verrà annunciato il 3 dicembre (a Milano, invece che a Londra, se ci sarà una Brexit “no deal”). Nel frattempo la banca ha pressoché già raggiunto tutti gli obiettivi del precedente piano; compresa la chiusura di 944 filiali in Europa e la riduzione netta di 14 mila addetti. In un triennio Unicredit è diventata più snella, ma anche più piccola, con la vendita di alcune preziose partecipazioni, da Pioneer a Bank Pekao, da ultimo a Finecobank. Però ieri non ha convinto la seconda trimestrale dell’anno, nonostante l’utile monstre di 1,85 miliardi, gonfiato dalla plusvalenza legata alla penultima tranche di Fineco (quella definitiva sarà contabilizzata con i conti del terzo trimestre). Gli analisti si aspettavano un risultato pari a 2,1 miliardi e sono rimasti con l’amaro in bocca. Piccole “macchie” hanno giocato a sfavore della banca: le rettifiche sui crediti, aumentate più del previsto (+41% rispetto al corrispondente periodo del 2018); il calo dei ricavi (-4,6%) per il calo delle commissioni (-3%) e del margine di interesse (-2,1%); la perdita inattesa (178 milioni) sulla vendita di Ocean Breeze Group. Nulla di drammatico, ma abbastanza per far storcere il naso, nei tre mesi che si sono chiusi con un utile rettificato di un miliardo (+0,4% rispetto ad un anno fa). In discesa – in questo caso in linea con le previstioni – il Cet1, l’indice di solidità patrimoniale più importante, calato al 12,08% rispetto al 12,25 del trimestre prima e al 12,51 di un anno fa. Nel primo semestre, invece, l’utile netto è stato di 3,2 miliardi, quello rettificato di 2,15 (+1% su un anno prima) mentre i ricavi sono stati pari a 9,3 miliardi (-3,8%) per il calo delle commissioni e minori entrate da trading; proseguono l’opera di pulizia del portafoglio crediti (i crediti deteriorati lordi sono scesi a 34 miliardi, -19,2% nel semestre) e il contenimento delle spese (-4,5% i costi operativi).
L’attenzione ora è tutta sul nuovo piano industriale. Sarà basato sulla crescita organica (anche se poi si vedrà quello che potrà succedere). Ma per il resto Mustier non si sbilancia; nemmeno sui ventilati esuberi per 10 mila persone: l’ad non ha voluto commentare le indiscrezioni, ma ha ricordato che la banca ha un turnover naturale di 2.500 uscite l’anno e che in passato sugli esuberi si è sempre mossa in maniera socialmente responsabile. Parole che non sono bastate ai sindacati («Mustier deve prendersi un impegno serio con i lavoratori », ha detto Lando Sileoni della Fabi). Per ora nessuna indicazione nemmeno sulla sub-holding in Germania: Mustier si è limitato a confermare che quartier generale e quotazione restano a Milano.
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