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Unicredit, Pioneer ai francesi di Amundi Via al piano di rilancio da 20 miliardi

Alla vigilia della presentazione del piano industriale di Unicredit, che oggi Jean Pierre Mustier illustrerà alla comunità finanziaria a Londra, arriva l’annuncio di un’operazione su cui da più di un anno si era articolata ogni tipo di suggestione. Pioneer, polo del risparmio gestito del gruppo Unicredit, finisce ai francesi di Amundi in cambio di 3,545 miliardi di euro a cui si aggiungono 315 milioni di dividendo straordinario.

Una manna per Mustier, che oggi svelerà i confini dell’aumento di capitale, sulla cui cifra finale peserà, abbassandola, anche l’accordo per Pioneer, che segue le cessioni di Pekao, Fineco e Ubis. Sarà comunque un’operazione molto importante, secondo alcuni da complessivi 20 miliardi di euro, che si aggiungono ai 14,5 miliardi raccolti in tre tranche dall’inizio della crisi del 2008. Sarà, soprattutto, un’operazione che consentirà una «radicale sistemazione» del decennale problema degli Npl in portafoglio a Unicredit.

Il prezzo pagato per Pioneer è superiore alle ultime attese degli analisti. Ma le dimensioni dell’operazione sono tali da giustificare l’esborso. Unendo Pioneer ad Amundi si ottiene l’ottavo gruppo del settore al mondo, l’unico non americano tra i primi dieci, con masse in gestione pari, al 30 settembre scorso, a 1.276 miliardi di euro. La strategicità dell’operazione è stata rimarcata ieri a Milano dalla presenza di Xavier Musca, il segretario di Stato francese ai tempi della presidenza di Nicolas Sarkozy. «We’re confident in this country», abbiamo fiducia nell’Italia, ha detto Musca, oggi presidente di Amundi, nel momento della presentazione di un’operazione che, alle nostalgie per i miliardi di risparmio italiano che prendono la strada di Parigi, oppone la rivisitazione del concetto di unione europea, per una volta evitando di appoggiare il baricentro in Germania. Il gruppo — la decisione sul nome e sul futuro dei marchi è rinviata a dopo il closing della transazione, atteso nella prima metà del 2017, mentre la piena operatività è prevista per il 2018 — sarà primo in Francia, secondo o terzo in Italia e in Austria, in buona posizione anche in Germania.

«Vogliamo fare di Milano il settimo hub del nostro gruppo — ha detto Yves Perrier, ceo di Amundi — investendo in capitale umano. Se a livello mondiale le sinergie porteranno alla riduzione di 450 posti di lavoro, nessuno di questi sarà tagliato in Italia, dove i dipendenti saliranno da 300 a 600».

Non sarà un’acquisizione, hanno ripetutamente sottolineato Perrier e Musca, ma una partnership molto complementare, con sinergie per 180 milioni (150 di costi), che punta a offrire valore ai 120 miliardi di risparmio italiano (per la stragrande maggioranza delle famiglie), sui 222 complessi gestiti oggi da Pioneer.

Un ruolo importante nell’operazione lo ha svolto Giampiero Maioli, ceo di Cariparma, il braccio operativo in Italia del gruppo Crédit Agricole, che controlla il 75,5 per cento del capitale di Amundi. L’operazione sarà finanziata da capitale disponibile per 1,5 miliardi, per 600 milioni da debito senior e subordinato in emissione e per i restanti 1,4 miliardi da un aumento di capitale a carico del Crèdit Agricole, che ha evidenziato l’intenzione di non voler scendere sotto il 66,7 per cento del capitale, livello minino che consente — in Francia — di approvare le operazioni straordinarie.

Con l’arrivo di Amundi va a chiudersi la parabola che nel maggio del 2000, in piena era Profumo, portò Pietro Modiano e Fabio Innocenzi a Boston a comperare Pioneer, una delle più antiche case di gestione del risparmio. Un blitz che fece storia per l’allora Unicredit-Europlus, il cui prodotto ora si trasforma in un player globale.

Stefano Righi

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