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UniCredit, su Piazzetta Cuccia il primo bivio di Andrea Orcel

Il piano è suggestivo, per ora limitato a studi di fattibilità ma capace di sparigliare completamente le carte nel sistema della finanza italiana: il ritorno di UniCredit in Mediobanca è più di un’idea. A distanza di due anni dall’uscita della banca di Gae Aulenti da piazzetta Cuccia, ci sono due elementi di novità che rendono lo scenario più favorevole a un dietrofront a sorpresa: il primo è che Unicredit è pronta a cambiare pagina con l’arrivo alla guida del banchiere Andrea Orcel a cui spetta il compito di scegliere l’opzione migliore in termini di sviluppo e aggregazione; il secondo è che gli assetti di Mediobanca stanno cambiando rapidamente intorno alla posizione sempre più influente della Delfin di Leonardo Del Vecchio, al 13% ma proiettata al 20%, più l’esordiente Francesco Gaetano Caltagirone e i Benetton. L’anello di congiunzione tra Unicredit e Mediobanca è il ruolo del fondatore di Luxottica su entrambi i fronti.

Socio in Gae Aulenti con l’1,9%, il patron di Delfin ha giocato un ruolo chiave su nomine e strategia della banca. Andrea Orcel, futuro ceo di UniCredit, è sempre stato un candidato a lui gradito. Ma è evidente che il giudizio definitivo sul banchiere sarà misurato in base all’approccio che Orcel avrà sul tema delle aggregazioni. In proposito Del Vecchio ha già fatto trapelare il suo giudizio su una possibile combinazione con Mps, un matrimonio sponsorizzato dal Governo, ma a suo avviso non convincente sul fronte strategico. D’altro canto, Del Vecchio è il primo socio di Mediobanca e ha il 5% nelle Generali. E in una delle sue primissime uscite pubbliche dopo il blitz nel capitale di piazzetta Cuccia ha chiarito in modo netto di sostenere un nuovo piano industriale che non basi i risultati di Mediobanca solo su Generali e Compass, ma progetti un futuro da banca di investimenti. La presa di posizione di Del Vecchio, letta al contrario, sembra dunque denunciare riserve sull’attuale «sistema Mediobanca» legato a doppio filo ai risultati delle partecipate, magari a vantaggio di combinazioni in grado di valorizzarne il core business.

Partendo da queste premesse si comprende perché il ritorno di UniCredit in Mediobanca possa improvvisamente tornare d’attualità. Oggetto in passato di simulazioni e piani mai decollati per le opposizioni dei protagonisti che si sono via via susseguiti prima in Piazza Cordusio e poi in Gae Aulenti, il progetto sarebbe stato analizzato di recente in un dossier riservato che circola negli ambienti finanziari (indiscrezioni riferiscono di almeno una grande banca d’affari americana sul dossier).

In attesa di capire se lo scenario possa diventare realtà, l’ipotesi è diventata un caso di studio anche in un recente report di Deutsche bank che con il neo acquisto Giovanni Razzoli ha analizzato una business combination tra UniCredit e Mediobanca. Secondo l’analisi, l’acquisizione di Mediobanca garantirebbe a UniCredit un flusso di utili stabile, la riconquista di una significativa esposizione al digital banking tramite CheBanca!, e sinergie a livello di ricavi nell’investment banking. Secondo il report Mediobanca è estremamente interessante perché, in termini relativi, non è grande, ma è molto redditizia. Le dimensioni relativamente ridotte di Mediobanca rispetto a UniCredit e la sua valutazione accessibile, implicano che il consumo capitale in caso di acquisizione è piuttosto limitato. La simulazione teorica di Deutsche Bank vede UniCredit lanciare un’offerta pubblica di acquisto su Mediobanca con un premio del 25%, valutandola 11,4 euro per azione che implica un multiplo prezzo/capitale tangibile di 1,2 volte con una componente cash del 25% (2,8 euro per azione) e il restante 75% in azioni (1 azione UniCredit per ogni azione Mediobanca). L’impatto sul Cet1 di UniCredit sarebbe “gestibile” con una diluizione di -20 bps dal 12,8% al 12,6%.

Sulla carta, le nozze con Piazzetta Cuccia sarebbero le più semplici e quasi le più redditizie per UniCredit: per creazione di valore seconde solo a quelle con BancoBpm (3,07 miliardi contro 2,9 miliardi), molto più complesse da gestire dal punto di vista industriale. E soprattutto non ci sarebbe partita con Mps: l’asse Milano-Siena regalerebbe appena 320 milioni di valore extra. Al netto, però, di quello che può mettere sul tavolo il Tesoro per convincere UniCredit prima a entrare in data room e poi a prendere in considerazione un’offerta. E in Via XX Settembre, complice la presenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi, potrebbero aver conservato qualche asso nella manica.

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