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Unicredit, piano di tagli e cessioni «Nessun aumento di capitale»

MILANO Con un piano industriale che prevede 18.200 esuberi e l’uscita dai business non profittevoli come l’Austria o il leasing in Italia (entrambe allo studio) per arrivare a fine 2018 a un utile di 5,3 miliardi e a un patrimonio congruo del 12,6%, Unicredit prova a ripartire promettendo ai soci un recupero di redditività (all’11%) e soprattutto «escludendo» il tanto temuto aumento di capitale.
Inizialmente accolto bene in Borsa, Unicredit ha chiuso ieri in parità a 5,9 euro. Nei prossimi giorni il ceo Federico Ghizzoni spiegherà la strategia agli investitori internazionali, che controllano gran parte del capitale dell’istituto. Il piano si basa su 1,6 miliardi di tagli ai costi (in buona parte in Germania con 2.300 esuberi e Austria, con 2.050), ma anche su investimenti «significativi» come gli 1,2 miliardi sul digitale. «E non ridurremo il credito all’economia», ha precisato Ghizzoni.
Nella ristrutturazione è compresa la cancellazione della sub-holding austriaca che finora ha gestito tutta l’area dell’Est Europa (Cee), strategica per un istituto che vuole essere una «grande banca commerciale pan-europea», ha rivendicato Ghizzoni smentendo i rumors sulle uscite dalla Polonia o anche — su un altro fronte — da Fineco. «Nonostante le difficoltà in Ucraina (da cedere con i 4 mila dipendenti), Russia e Turchia la redditività all’Est rimane alta». Una spinta ai ricavi dovrebbe arrivare anche dalla joint venture con Santander su Pioneer (2.000 dipendenti fuori dal perimetro) il cui accordo vincolante è stato siglato ieri.
I tagli toccheranno anche l’Italia: gli esuberi salgono dai 5.100 del vecchio piano ai 6.900 attuali, che comprendono circa 700 dipendenti della venduta Uccmb, il personale italiano all’estero e il blocco del turnover. Le filiali scenderanno a quota 3.300 dalle 4.500 di tre anni fa. In totale gli esuberi effettivi in più saranno 540 e, di questi, 301 sono dirigenti. I sindacati hanno già alzato le barricate per ottenere la volontarietà dei prepensionamenti: «È la confessione di un ridimensionamento politico, organizzativo e finanziario», ha detto Lando Maria Sileoni (Fabi). Agostino Megale (Fisac) ha chiesto in cambio «un piano giovani da assumere». «Non hanno letto bene il piano», ha replicato Ghizzoni, che per la prima volta ha parlato del caso Bulgarella-Palenzona: «La vicenda ha creato irritazione agli azionisti e anche a me, ho fatto partire subito un’indagine interna che ha chiarito che il piano di ristrutturazione non esisteva. Tutto è stato chiarito nella maniera migliore, ora voltiamo pagina».
Ieri si è dimesso «per dissenso personale con l’organo di governo» il sindaco Giovanni Alberti, sostituito con il supplente Federica Bonato, ma Ghizzoni non lo collega all’inchiesta: «Sono arrivate senza preavviso, sul caso Palenzona il collegio si è espresso all’unanimità». Nel frattempo i 9 mesi 2015 si sono chiusi con 1,5 miliardi di utile (507 milioni nel terzo trimestre e sopra il consensus), -16% per i 400 milioni di svalutazione dell’Ucraina e la conversione in euro dei mutui in franchi svizzeri in Croazia.

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