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UniCredit, oggi cda decisivo per l’uscita del ceo Ghizzoni

Al consiglio convocato per oggi pomeriggio il ceo di UniCredit non entrerà da dimissionario, ma – viste le premesse – difficilmente ci sarà spazio per un altro epilogo. «I rapporti con il board sono trasparenti, continueremo a lavorare insieme finché ci sarà abbastanza fiducia», ha detto ieri Federico Ghizzoni. Consapevole che però proprio oggi quella stessa fiducia potrebbe venir meno: se il cda formalizzerà in qualche modo il messaggio già emerso lunedì scorso nell’incontro nel suo ufficio con alcuni grandi soci, il passo indietro (pur non immediato) del manager sarà inevitabile, pertanto si potrà mettere in moto la successione. Con tutti i requisiti formali richiesti dalla Vigilanza e dal mercato: la decisione del comitato nomine, l’arruolamento di un head hunter (Korn Ferry in pole), la selezione dentro a un’ampia rosa di profili.
Le parole del ceo
Ieri il ceo era a Madrid per l’inaugurazione della nuova filiale del corporate e una serie di incontri istituzionali. «Business as usual», come ha sottolineato ai giornalisti che lo incalzavano sulle voci sempre più ricorrenti di un imminente ricambio al vertice: «La situazione è sotto controllo, sennò non sarei qui», ha scandito il manager.
Volto appena un po’ più tirato del solito, Ghizzoni – in arrivo da Londra e atteso solo stamattina a Milano – tiene a far presente che dentro la banca si va dritti per la propria strada, che con lui al volante non prevede aumenti di capitale né quelle cessioni ipotizzate dagli analisti che venerdì avevano fatto impennare il titolo (ieri planato di nuovo sotto i 3 euro, in calo del 3%). Ma il pressing degli azionisti resta forte, il malumore in alcuni casi è alto, e proprio alla fine della conferenza stampa ospitata alla Borsa di Madrid, ieri ai consiglieri è arrivata la e-mail con la convocazione per oggi.
Il cda di oggi
Che cosa succederà? Ghizzoni non ne parla. Ma l’impressione è che il manager non intenda presentarsi subito dimissionario. Questione di forma ma anche di sostanza, agli occhi di Ghizzoni: se davvero c’è il desiderio di quella discontinuità auspicata dai soci una settimana fa, i consiglieri – quegli stessi che tre mesi fa, dopo i conti 2015, avevano ribadito unanimemente la fiducia al ceo – dovranno assumersi la responsabilità di formalizzarla, pronunciandosi sul tema. Solo a quel punto il manager annuncerà le proprie dimissioni, che potranno trovare applicazione – su questo la disponibilità del manager pare piena – nelle forme e nei tempi che il consiglio riterrà più appropriate. Probabile ci voglia qualche settimana: il percorso, infatti, deve essere credibile agli occhi del mercato e della Vigilanza, poco favorevoli ai blitz e in generale alle procedure irrituali.
Per quanto riguarda la buonuscita, un accordo non risulta essere ancora stato trovato ma – viste le forchette imposte dalla Bce – lo spazio di manovra non sembra particolarmente ampio. Anche perché se c’è un concetto che soci, consiglieri e manager ripetono è che tutto deve avvenire «consensualmente».
Ecco quindi che dopo il passaggio in consiglio la palla passerà al comitato nomine e governance, a cui spetterà scegliere un advisor: la prossima riunione del comitato è già fissata per mercoledì prossimo, ma non è esclusa una seduta lampo, magari già stasera a valle del board.
Per quanto riguarda le società papabili, già contattate in questi giorni, sembrano fuori Spencer Stuart (a fianco del cda per l’ultima autovalutazione) e Russell Reynolds (consulente di Assogestioni) e quindi rimarrebbero Egon Zehnder, storico partner della banca, o Korn Ferry che pare favorita.
I nomi e i programmi
Se questa è la situazione, paiono ancora premature le speculazioni sui possibili successori, su eventuali aumenti e ipotetiche cessioni. Ghizzoni, come detto, le ha escluse, ma è evidente che la scelta toccherà al prossimo ceo: i candidati più accreditati al momento restano Marco Morelli di Bofa-Merrill Lynch, Alberto Nagel di Mediobanca e Jean-Pierre Moustier, ex capo del Cib UniCredit. La Vigilanza richiede che in ogni rosa finiscano almeno dieci nomi. E non è escluso che dopo l’avvicendamento del ceo si metta in discussione anche la presidenza, con Lucrezia Reichlin considerata in corsa, assieme allo stesso Ghizzoni secondo lo schema individuato dai soci un anno fa.
Il mercato intanto resta sul chi va là: «Le strategie finanziarie future – segnalavano ieri gli analisti di Icbpi in una nota ai clienti – verranno meglio delineate una volta completato il ricambio manageriale, con la concreta possibilità di effettuare un aumento di capitale, volto al rafforzamento anticipato, rispetto alle tempistiche previste dall’ ultimo piano industriale, del patrimonio regolamentare. Nell’ipotesi di un aumento di capitale da 4 miliardi il common equity tier 1 ratio phased-in verrebbe innalzato all’11,5% previsto a fine Piano (2018), mentre, in assenza di dismissioni, sarebbe necessaria un’operazione più consistente (8/10 miliardi) per portare il coefficiente patrimoniale primario vicino alla best practice domestica ed europea (del 12,5/13%)».
Secondo una proiezione messa a punto da Intermonte, la dismissione di asset quotati come alternativa all’aumento di capitale consentirebbe a UniCredit un rafforzamento dei coefficienti patrimoniali nell’ordine di oltre 250 punti base. Ci sarà tempo.

Marco Ferrando

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