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Unicredit: nuova governance, il primo effetto dell’aumento

di Stefano Righi

A Tripoli, giovedì scorso, si sono accorti che c'è un Paese da ricostruire, per cui l'aumento di capitale di Unicredit non verrà sottoscritto per la quota di pertinenza (in totale il 7,207 per cento), nonostante le affermazioni comunemente interpretate di segno opposto che il governatore della Banca centrale libica, Saddeq Omar Elkaber, aveva rilasciato nei giorni precedenti. Così l'istituto centrale di Tripoli scenderà nel capitale di Piazza Cordusio, dal 4,9 per cento attuale al 2,8 per cento della prossima settimana. Stesso comportamento dovrebbe seguire il fondo sovrano libico Lia, oggi al 2,7 per cento, che scenderà all'1,5 per cento nel dopo aumento.
Sopra il «cap»
I due annunci equilibrano, tra i grandi soci dell'istituto guidato da Dieter Rampl, la volontà manifestata da Aabar, il fondo di diritto lussemburghese ma in capo al governo di Abu Dhabi, che invece — e nonostante il cap al diritto di voto in assemblea fissato per tutti i soci al 5 per cento — si proietta verso il 6,5 per cento post aumento.
Per Unicredit, l'operazione di rafforzamento del capitale, imposta dai mercati e certificata dall'Eba — l'Autorità europea sulle banche —, entra oggi nella terza e ultima settimana: si trattano i diritti inoptati e si ridisegna la struttura azionaria in attesa di capire quale sarà l'intervento richiesto alle 26 banche (più Unicredit), che compongono il consorzio di garanzia per l'integrale sottoscrizione della maxi operazione da 7,5 miliardi di euro. I movimenti sul capitale — non solo i soci arabi hanno mutato le loro posizioni, anche alcune Fondazioni e investitori privati italiani e istituzionali stranieri hanno fatto lo stesso — sono prodromi di un Unicredit diverso da quello che siamo abituati a considerare.
Panorami inediti
Federico Ghizzoni, ceo del gruppo, sembra vedere con favore il crearsi di una platea ampia di investitori stabili e questo sembra essere il destino di una banca molto ramificata e presente da protagonista in una pluralità di mercati. Certo, il mito della public company va opportunamente rivisto, ma la crescita annunciata degli americani di Capital research (al 2,57 per cento) è un segnale importante verso la creazione di una banca che — ancor più che in passato — sia capace di rappresentare contemporaneamente gli interessi dei territori di origine (non solo Verona e Torino, anche i länder tedeschi), come pure di rispondere alle esigenze di diversificazione di un grande fondo di investimento.
Ma oltre a questo, la nuova compagine azionaria che va formandosi, sarà quella che farà ben presto sentire la propria voce in maniera determinante sui temi inerenti il futuro del gruppo creditizio. In aprile, l'assemblea dei soci sarà chiamata ad approvare non solo il bilancio 2011 del gruppo, ma anche a rinnovare le cariche sociali, presidente e amministratore delegato in primis, sebbene sarà tutto il consiglio ad arrivare a fine mandato. Chi guiderà Unicredit per i prossimi tre anni? È questa la domanda che sta dietro le aperture di portafoglio di questi giorni. Dal cda di Unicredit sono usciti recentemente e per motivi affatto diversi Salvatore Ligresti, Piero Gnudi ed Enrico Tomaso Cucchiani, senza che siano stati sostituiti. Dei 23 originari, sono 20 i consiglieri in servizio effettivo, ma con il rinnovo delle cariche, ad aprile, potrebbero scendere a 19.
Di certo Unicredit non sarà una banca araba, visto che alla crescita di Aabar corrisponde una discesa dei soci libici. Ma non può passare inosservato il fatto che, con una probabile discesa della quota in capo alle Fondazioni a circa il 10 per cento del totale, Aabar più i libici supereranno il 12 per cento del capitale, spostando quindi il peso degli interessi al di fuori dell'Italia. La nuova Unicredit sarà anche un istituto meno legato alle fondazioni di origine bancaria, nonostante Ghizzoni non perda occasione per evidenziare la centralità della loro presenza nella architettura del gruppo.
«Appeal» industriale
Diversi tra i grandi azionisti di oggi peseranno meno. E ci sarà qualche volto nuovo, come appunto Capital research. Inoltre, le grandi banche di investimento stanno sottoponendo il dossier Unicredit ad alcuni grandi nomi dell'industria italiana. Si sussurra di un possibile interesse di Mario Moretti Polegato, il signor Geox e anche di Diego Della Valle, mister Tod's. Centocinquanta milioni di euro il possibile investimento totale degli industriali della calzatura. Così, anche altri nomi noti dell'imprenditoria italiana stanno esaminando il dossier (tra questi Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica). Soprattutto, sembra che la risposta dei vecchi soci sia nel complesso sostenuta e si moltiplicano i segnali che porterebbero a una quota modesta di inoptato, sotto il 3 per cento.

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