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Unicredit, nodo Rampl e Palenzona

di Fabrizio Massaro

MILANO — Il cantiere Unicredit per il nuovo consiglio di amministrazione ha cominciato a lavorare: primo dossier caldo, l'articolo 36, l'incompatibilità delle cariche di amministratore in più board di banche e assicurazioni, che riguarda direttamente due big dell'istituto come il presidente Dieter Rampl e il vicepresidente, Fabrizio Palenzona, che non intendono rinunciare alla doppia carica di amministratori in Mediobanca. E che starebbero attendendo — nonché seguendo da vicino — le mosse dell'Abi nei confronti della Banca d'Italia: c'è da definire se Mediobanca possa essere o no considerata un istituto controllato da Unicredit, che ne è primo socio pattista. Anche di questo si sarebbe discusso ieri a Milano nella prima riunione del comitato governance sul tema del consiglio da votare all'assemblea di maggio. Del comitato fanno parte, oltre a Rampl e Palenzona, i vicepresidenti Luigi Castelletti e Vincenzo Calandra Buonaura, i consiglieri Francesco Giacomin, Luigi Maramotti e l'amministratore delegato, Federico Ghizzoni, che però non ha partecipato perché impegnato in un summit di banchieri europei alla Bce sulla crisi e i temi legati alla liquidità, anche in vista dell'asta a tre anni del 29 febbraio.
L'incontro milanese, durato circa due ore, secondo fonti vicine all'istituto sarebbe servito per avviare la discussione sui metodi di individuazione dei consiglieri e sulle caratteristiche di professionalità che dovranno rispettare, secondo le linee dettate dalla Banca d'Italia. Il clima è stato definito «costruttivo e positivo». Bocche cucite invece dai partecipanti. Il prossimo incontro dovrebbe tenersi il 21-22 febbraio, anche in vista del consiglio del 28 che dovrà approvare il bilancio 2011.
Altro tema caldo sarà il numero dei consiglieri, che potrebbe essere più basso degli attuali 23. Rampl lo vorrebbe addirittura di 15 amministratori, ma sono forti le resistenze delle Fondazioni minori come Cassamarca, Cr Trieste, Manodori, Banco di Sicilia, che sarebbero penalizzate da una redistribuzione dei posti. Tra gli enti maggiori, la Fondazione Crt potrebbe far valere il sorpasso sulla Cariverona: Torino è diventata il primo azionista italiano con il 3,95% grazie ai diritti legati alle azioni al servizio dei bond «cashes» e considerando anche lo 0,10% in mano alla holding Perseo (di cui Crt ha il 39%). Verona ha scelto invece di diluirsi al 3,5% dal 4,2% vendendo i titoli per poter seguire l'aumento da 7,5 miliardi chiuso a fine gennaio con il tutto esaurito. E ancora non è escluso che possa venire fuori qualche sorpresa dall'aggiornamento delle partecipazioni rilevanti, quelle oltre il 2%. Chi è entrato con l'aumento di sicuro sta ancora godendo del rialzo di Borsa: il titolo ieri ha chiuso a 4,47 euro, +2,24%, praticamente raddoppiato dai minimi del 9 gennaio.
Ai soci minori potrebbe essere offerta la soluzione di partecipare al board di un'eventuale subholding italiana — sul modello di quella tedesca — trasformando dunque Unicredit in pura capogruppo. L'ipotesi, anticipata da Milano Finanza, non sarebbe però considerata percorribile a livello tecnico perché comporterebbe oneri fiscali per centinaia di milioni di euro, tali da colpire la redditività attesa dal gruppo.
 

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