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Unicredit, Mustier vuole un cda da public company

Il cantiere del nuovo governo di Unicredit procede spedito verso il modello di public company multinazionale con una lista espressa dal cda, non più dai soci forti delle Fondazioni: per dare più potere al management e ai fondi del mercato. La ricapitalizzazione da ben 13 miliardi, che a inizio 2017 ha dato alla compagine azionaria un nuovo volto e modificato gli equilibri interni, ha rafforzato la leadership di Jean Pierre Mustier, nuovo ad che quei miliardi ha contribuito a raccogliere – in gran parte sui mercati – in una fase borsistica difficile.
All’assemblea di bilancio primaverile il potere dei fondi era nei numeri: Capital Group aveva depositato il 4,3% (ma il fondo Usa, insieme agli emiratini di Aabar, è intorno al 5%), Blackrock e Dodge&Cox avevano il 3,4%, Vanguard e Norges il 2% ciascuno. Le storiche Fondazioni padrone della banca si sono circa dimezzate a un 4,6% totale, Del Vecchio è all’1,9%. Per questo tra i primi annunci del nuovo ad c’era stata la riforma del governo della banca, nel senso di una semplificazione e di maggiore aderenza ai nuovi pesi azionari; per questo nelle ultime settimane il cda, e il Comitato governance ristretto del consiglio, hanno portato avanti le modifiche per plasmare sempre più la banca italo- tedesca sul modello di una public company all’americana. Il passaggio chiave sarà il rinnovo delle cariche della primavera 2018, che avverrà con le nuove regole da inserire nello statuto Unicredit con una precedente assemblea da convocare verso fine anno.
Oggi un Comitato governance della banca dovrebbe affrontare il dossier, e parlare della possibilità per il consiglio di amministrazione uscente di esprimere i nomi dei candidati al rinnovo. Così ha chiesto il volitivo amministratore delegato, per avvicinare ulteriormente ai desiderata del mercato le procedure di funzionamento dell’impresa, che già in passato hanno dato qualche grattacapo ai suoi predecessori (e più agli azionisti: il titolo nel decennio ha perso il 90%, dopo 35 miliardi di perdite e circa altrettanti tra ricapitalizzazioni e dismissioni).
Alcuni aspetti sono già stati condivisi: la riduzione da 17 a 15 dei componenti del cda, la riduzione da tre a uno delle vice presidenze, la maggioranza dei consiglieri indipendenti, le quote rosa a un terzo del totale, il raddoppio da uno a due dei consiglieri espressi dalla lista di minoranza. Altri aspetti sono in via di definizione, come eventuali limiti al numero dei mandati e la lista del board, che è una rarità in Italia l’hanno adottata solo Prysmian, Yoox e Bper tra le blue chip – ma è prassi per i grandi istituti sistemici in Europa e Usa. I vantaggi sono una maggiore continuità strategica e l’allineamento degli amministratori alle istanze di chi investe; i rischi sono di introdurre l’autoreferenzialità in cda e dirigenza, per un’azienda “senza padroni”. Ma la strada è segnata: le stesse Fondazioni, che stilavano la prima lista del cda, s’accontenteranno di uno o due nomi. Resta aperta la caccia al presidente, poiché Giuseppe Vita, in carica dal 2012, non pare disponibile al rinnovo. Il Comitato istruirà il dossier per i cacciatori di teste: si cerca un candidato, meglio se italiano, con competenze ed esperienza continentali. Un esterno con tali prerogative potrebbe essere Lorenzo Bini Smaghi (che presiede SocGen però), mentre nel cda si guarda a Lucrezia Reichlin: ma l’economista romana dopo un decennio in cda ha perso i requisiti di indipendenza, servirebbe un ritocco ad hoc.

Andrea Greco

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