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Da Unicredit a Mps, il fisco ridisegna la mappa del potere

Nella fase più drammatica della pandemia, con le imprese in crisi di liquidità, il canale bancario è stato fondamentale per tenere in piedi il sistema. Ora che c’è da stimolare gli investimenti e canalizzare i flussi del Recovery plan, servono banche più solide e più grandi. Insomma, servono le fusioni, è il refrain che banchieri ed esperti ripetono. Ma ancora è quasi tutto fermo.

Il governo Conte ha dato una spinta con incentivi fiscali valutati 11,6 miliardi per l’intero comparto bancario. Si tratta di crediti d’imposta che possono essere trasformati in capitale (tecnicamente si basano sulle cosidette imposte attive differite, o «Dta»). Adesso il decreto Sostegni Bis estenderebbe i benefici fiscali nell’entità e nei tempi, con la possibilità di arrivare alla fusione in tre anni (oggi il termine è giugno 2022). E chiarirebbe esplicitamente che il l’aiuto varrà non per una sola fusione ma anche per le successive. Un incentivo che, suggerisce un banchiere, potrebbe favorire un «effetto Pac-Man», con istituti che si fondono l’uno con l’altro grazie agli aiuti del fisco.

Ma come cambierebbe con questa ulteriore spinta alle fusioni la mappa del potere bancario? Sono due le direttrici possibili: la nascita di un duopolio Intesa Sanpaolo-Unicredit con attorno banche medie e piccole oppure un mercato più equilibrato con almeno tre grandi banche come in Francia e Spagna.

La norma è stata pensata per fornire a Mps — di cui il Tesoro deve liberarsi entro aprile 2022 — una dote perché diventi appetibile per un acquirente, individuato dal governo in Unicredit. Inizialmente la dote era di circa 2,2 miliardi, ora arriverebbe a 3,4 miliardi netti. Un vantaggio enorme per la banca e il suo nuovo ceo, Andrea Orcel. Ma il banchiere italo-inglese, chiamato a Milano proprio per avviare le fusioni nelle quali il precedente ceo Jean Pierre Mustier non credeva, non ha ancora deciso. Sta preparando il piano industriale e ha bisogno di tempo. E non è detto che voglia puntare su Siena. Sul tavolo c’è anche l’alternativa Banco Bpm, appetibile in quanto risanato e tornato a una sostenuta redditività: creerebbe un polo altrettanto competitivo con il big nazionale, Intesa Sanpaolo, e radicato nel lombardo-veneto. E i crediti fiscali sarebbero oltre 4 miliardi, più di Mps.

Vari osservatori ipotizzano che concedere tre anni per le fusioni possa far ottenere a Unicredit un periodo congruo per inglobare prima Mps e poi Bpm con quasi 8 miliardi di bonus fiscale; in questo caso si dovrebbe dire addio al terzo polo bancario. Tuttavia dentro la maggioranza le posizioni non sono definite. La Lega frenerebbe sull’ampliamento dei criteri. In queste ore si cerca un equilibrio sui punti chiave — quanti crediti, per quante aggregazioni, per quanto tempo — per un testo condiviso entro domani. Ma potrebbe anche essere stralciato. In ogni caso, una soluzione per Mps va trovata. Se finisse a Unicredit, resterebbe lo spazio per un terzo polo costruito attorno a Banco Bpm, orientato alle pmi, ampliando così la concorrenza. Il partner ideale sarebbe Bper, l’istituto emiliano già irrobustito dall’innesto di 600 filiali ex Ubi.

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