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UniCredit, l’Italia traina l’utile

«Il vero segnale che la ripresa sta arrivando anche in Italia lo vediamo dall’aumento della domanda di credito delle imprese che abbiamo avuto in Italia nel primo trimestre: il nuovo erogato nel corporate è di 2,168 miliardi, contro gli 870 milioni del primo trimestre 2014. L’essenziale è che questa domanda di credito prosegua e diventi sempre più credito per gli investimenti». L’amministratore delegato di UniCredit Federico Ghizzoni è soddisfatto dei risultati trimestrali del gruppo (si veda l’altro articolo in pagina)chiuso con un utile netto di 512 milioni (+212% rispetto all’ultimo trimestre del 2014) perché dimostrano «la forza e la solidità di un gruppo geograficamente diversificato in cui anche l’Italia ha ripreso a generare redditività». E si dichiara ottimista sull’evoluzione per l’intero 2015.
L’utile del trimestre balza rispetto all’ultimo quarto del 2014 ma nel confronto col primo trimestre 2014 pesano le rettifiche su crediti a livello di gruppo. E non si vedono grandi effetti del Qe in termini di plusvalenze su titoli. Come si spiega?
Il dato del primo trimestre 2014 sulle rettifiche risentiva del maxi write-off effettuato a fine 2013 e non è quindi comparabile, anche perchè nel frattempo abbiamo ceduto Uccmb ed è quindi cambiato il perimetro del gruppo. 

Il trend degli accantonamenti su crediti è comunque in netto calo rispetto all’ultimo trimestre del 2014 e prevediamo che continuerà a scendere gradatamente nel 2015, senza li alti e bassi dell’anno scorso. Il picco dei flussi negativi è comunque alle spalle. Il nostro tasso di copertura sul complesso dei crediti deteriorati è superiore al 50%, il più alto in Italia e in linea con i migliori in Europa; sui soli incagli siamo al 33% contro una media di sistema del 20%.
E il ridotto impatto del Qe sui profitti finanziari?
Abbiamo mantenuto in portafoglio due miliardi di plusvalenze potenziali che ci teniamo come “riserva” per i prossimi trimestri. Valuteremo più avanti se e quando ci converrà privarci degli interessi che questi titoli generano. Dipenderà anche dalle condizioni del mercato. E non avevamo l’esigenza di gonfiare l’utile del primo trimestre.
Dai conti e dai contatti che avete con le imprese, si può dire che la ripresa c’è o siamo ancora ai segnali?
Io sono fiducioso ma ancora prudente. C’è ripresa ma non è ancora chiaro se si tratta di un “rimbalzo” o di una ripresa sostenibile. Il vero segnale per le banche è quando le posizioni di incaglio sui crediti tornano in bonis. Siamo ancora agli inizi. E’ vero che il Qe, che già ha determinato la discesa dei tassi e la svalutazione dell’euro – sostenendo l’export che infatti va molto bene -, sta avendo successo. E che le stime di crescita per l’Europa e anche per l’Italia sono state riviste al rialzo. Ma da sole le mosse di Draghi, pur estremamente importanti, non bastano.
Il progetto bad bank allo studio del Governo puo’ aiutare la ripresa del credito? 
Premesso che come UniCredit il problema lo abbiamo di fatto già avviato a soluzione, distinguerei tra bad bank e gli altri possibili provvedimenti fiscali sul trattamento dei crediti. Per quanto riguarda il veicolo della bad bank ritengo che sia più importante per le piccole e medie banche perchè i grandi fondi difficilmente scendono sotto quota 1,5 miliardi di euro quando acquistano asset di questo tipo. Quindi le piccole sono tagliate fuori e un veicolo ad hoc per loro può essere utile. Per noi sarebbe molto più utile armonizzare al resto d’Europa i tempi di deducibilità fiscale delle perdite su crediti e accelerare i tempi di recupero dei crediti.
Proprio questi ultimi due interventi sembrano i più probabili e, forse, imminenti nell’agenda del Governo. Quali effetti possono innescare?
La riforma della legge fallimentare, agendo sugli immobili posti a garanzia dei crediti, di fatto può aumentarne il prezzo. La possibilità di dedurre le perdite in un solo anno, invece, può spingere le banche a effettuare nuove rettifiche, portando il valore su livelli più vicini a quelli di mercato. In pratica le due misure, insieme, possono a loro volta contribuire a movimentare il mercato degli Npl.
Altro fattore di rischio per l’economia è anche una regulation internazionale che punta a elevare continuamente le asticelle sul capitale?
Dal comitato di Basilea all’Eba, fino al Financial stability board si susseguono progetti di nuove regole che riguardano le banche di interesse sistemico ma non solo. Senza entrare nel merito delle singole disposizioni, il mio punto di vista è che sia giusta la logica di evitare di far ricadere sui contribuenti i rischi delle banche ma il momento per fare nuovi interventi sul capitale va scelto con grande attenzione. Prima è necessario lavorare per creare un mercato unico dei capitali, poi si potrà arrivare anche alla parziale disintermediazione delle banche. Altrimenti, è l’economia che ne risente.
In Italia esiste la possibilità di crescere aggregando altre banche. La trasformazione in Spa delle Popolari per voi è un’opportunità?
No, non guardiamo nè alle Popolari nè a Mps. E non perchè non crediamo nelle prospettive in Italia ma perchè puntiamo a crescere per linee interne.
In Europa è tornato il tempo per una aggregazione paneuropea tra banche? Si diceva che con l’Unione bancaria, il riassetto sarebbe partito.
Credo che sia quantomeno prematuro. Restano ancora troppe incertezze sulla nuova regulation. E in Europa si intravedono eccessivi timori per il too big to fail.
Quoterete un pacchetto di minoranza di Hvb come auspicava qualche analista, che stimava elevati benefici sui ratios patrimoniali?
E’ un’ipotesi che non stiamo affatto valutando. Per due motivi. Il primo è che la Germania è per noi un Paese strategico e intendiamo continuare a beneficiare della redditività di una banca importante nel corporate come Hvb. Ma il motivo principale è che alla luce della nostra solidità di capitale non abbiamo alcuna necessità nell’immediato di operazioni straordinarie. Con il riassetto Pioneer abbiamo raggiunto un Cet1 del 10,5% che è superiore di un punto al 9,5% chiesto dalla Bce. Siamo inoltre in grado di generare capitale internamente, come dimostra il dato del primo trimestre 2015 da cui risultiamo tra i pochi in europa ad averlo incrementato.
A proposito di Pioneer, a che punto è l’operazione di fusione con le attività del Santander?
I prossimi mesi saranno dedicati all’integrazione per essere operativi da inizio 2016. Ci aspettiamo rilevanti sinergie di costo e una crescita del business sia attraverso le 20.000 filiali dei due gruppi sia a livello di investitori istituzionali, da cui dipende il 40% del business.

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