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UniCredit per l’aumento valuta conversione o buy-back dei bond

Le cessioni, l’aumento e – perché no – qualche azione di liability management. Cioè di ottimizzazione del capitale, e dunque di conversione o riacquisto (rigorosamente volontari) dei bond subordinati purché finalizzato alla sottoscrizione dell’aumento. Nel grande cantiere di UniCredit c’è chi sta lavorando anche su questo fronte: ipotesi, per ora, ma secondo quanto risulta a Il Sole 24 Ore farebbero parte dell’analisi di tutte le opportunità di rafforzamento avviata dal ceo Jean Pierre Mustier. Non a caso uno dei titoli su cui si stanno effettuando le valutazioni del caso sono le obbligazioni convertibili “cashes” emesse a inizio 2009 per 3 miliardi e detenute in gran parte proprio da alcuni dei suoi maggiori azionisti: alcune Fondazioni, i libici, Allianz. Alcuni di loro, nel frattempo, sono riusciti a dismettere parte della quota sottoscritta ai tempi (CrTorino, ad esempio, ha dimezzato i suoi 350 milioni), ma i cashes restano in piedi: acquistati per necessità più che per voglia, ad oggi viaggiano al 35-36% del loro valore nominale. Di qui il tentativo di capire se esista una soluzione che possa soddisfare la banca e chi li possiede, senza indispettire gli altri azionisti: secondo una fonte vicina al dossier interpellata dal Sole, le tecnicalità dello strumento non consentono agevolmente una conversione anticipata a condizioni praticabili.
Di qui la possibilità alternativa di un riacquisto da parte di UniCredit, ma vincolato alla sottoscrizione da parte degli azionisti dell’aumento di capitale per pari importo. Una strada, comunque non agevole, che nei fatti somiglia a quella prospettata da Marco Morelli nell’ambito del piano Mps, a cui non a caso si guarda con particolare interesse.
Le azioni al servizio della conversione dei cashes, in passato pari al 5,354% del capitale, sono custodite da Mediobanca con vincolo di usufrutto a favore di UniCredit e, fino al momento dell’eventuale conversione, sono prive del diritto di voto. Questione nodale, il prezzo del buy back: ipotizzando ad esempio una valutazione di 70, per i possessori si profilerebbe una plusvalenza sul mark-to-market, e anche per la banca ci sarebbe un beneficio visto il riacquisto a sconto; più difficile, invece, valutare l’impatto sul capitale, considerato che i titoli oggi valgono ai fini del Cet1 all’80%.
Come si diceva i detentori dei cashes sono per lo più azionisti del gruppo, e questo è un altro tema visto che l’operazione potrebbe avere una rilevanza anche dal punto di vista del potenziale riassetto del capitale che si avrà con il (probabile) aumento: per le Fondazioni, da Crt a Carimonte, con il buy back sarà più facile apportare risorse fresche; un vantaggio di cui però non potrà disporre, nel caso, chi non li possiede: CariVerona e alcuni soci privati, per esempio. Per la banca, invece, dai cashes e più in generale dai bond c’è la possibilità di ridurre l’ammontare della quota di aumento sul mercato, su un fabbisogno stimato di circa 10 miliardi al netto delle cessioni in pista; un versante, questo, su cui sembra registrare un inatteso rallentamento per questioni regolamentari la vendita della quota residua di Pekao. Secondo indiscrezioni di stampa polacche, tuttavia, il dossier potrebbe finire sul tavolo di un cda del gruppo giovedì prossimo: oggetto di trattativa sarebbe una quota del 33% di Pekao, con il 20 rilevato direttamente da Pzu, partecipata dal governo polacco, e il restante 13% finirebbe al fondo statale Pfr per una valutazione complessiva di 2,5 miliardi di euro.
Tornando invece ai bond, la decisione verrà presa più avanti, probabilmente nell’imminenza della presentazione del piano fissata per il 14 dicembre. La banca, contattata, non ha commentato.
L’uscita di Ghizzoni
È di ieri, invece, la notizia della chiusura anticipata del rapporto con l’ex ceo Federico Ghizzoni, sostituito in estate con Jean Pierre Mustier. L’accordo raggiunto a fine giugno prevedeva che il manager, in sella dal 2011, restasse in carica fino a fine anno per gestire l’avvicendamento con il nuovo amministratore delegato, ma una nota dell’istituto precisa che «grazie al regolare passaggio di consegne e avvicendamento manageriale, è stato oggi (ieri, ndr) concordato fra le parti di anticipare, ai fini del trattamento retributivo, la data concordata per la cessazione del rapporto al 30 settembre 2016».
Contestualmente, è stato anche raggiunto l’accordo per «ridurre l’ammontare del trattamento di uscita dell’importo corrispondente a due mensilità di preavviso, pari a 660.605 euro lordi». Il manager percepirà quindi circa 4,3 milioni rispetto ai 5 milioni previsti inizialmente.
Restano invece confermati «sia il differimento dei pagamenti, in contanti e azioni , nell’arco temporale di cinque anni e nella misura prevista dalla normativa, sia gli ulteriori termini e condizioni già concordati», conclude la nota.

Marco Ferrando

 

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