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Unicredit, la prima uscita di Orcel «Sì alle fusioni se aiutano a crescere»

Si chiude con un solido +5% in borsa la prima giornata pubblica di Andrea Orcel come amministratore delegato di Unicredit, dopo la presentazione dei conti del primo trimestre 2021. Il titolo è salito a quota 9,28 euro per i risultati superiori alle stime degli analisti, con un utile netto contabile di 887 milioni e un utile sottostante di 883 milioni. Un anno fa aveva perso 2,7 miliardi per le svalutazioni sui crediti imposte dal Covid.

Non sono numeri di cui Orcel si è correttamente attribuito la paternità ma che gli servono per fissare la solida base patrimoniale — Cet1 fully loaded al 15,92%, il più alto mai raggiunto dalla banca, evidenziano gli analisti di Credit Suisse — sulla quale costruire la strategia futura, che verrà esposta in un piano industriale annunciato per la seconda metà dell’anno. Piano che vuole portare Unicredit «decisamente lontano da una fase di significative ristrutturazioni e riduzioni, per passare a una che fornisca rendimenti sostenibili al di sopra del costo del capitale per tutto il ciclo», anche «rinvigorendo» il margine di interesse, con una rigorosa disciplina del rischio». Tra i punti chiave del piano Orcel: tecnologia, semplificazione, più spazio decisionale ai manager e leva sulla forza della rete.

Ma nella sua prima uscita da ceo, Orcel non si è sottratto al tema caldo delle fusioni: «Per quanto riguarda l’m&a, non è uno scopo in sé, ma lo vedo come un acceleratore e un potenziale miglioramento del nostro risultato strategico, laddove faccia i migliori interessi dei nostri azionisti e se avremo piena fiducia nella nostra capacità di portare a termine l’integrazione», ha dichiarato il banchiere italo-inglese.

Per agevolare le fusioni il governo nel decreto Sostegni bi ha alzato la «dote» sotto forma di crediti fiscali da Dta (imposte differite per perdite). È una norma che serve ad agevolare l’aggregazione di Mps, di cui il Tesoro deve liberarsi entro marzo 2022, ma che vale per tutti gli istituti. La soglia delle Dta utilizzabili è stata alzata dal 2% al 3% degli attivi della banca più piccola, al netto di una commissione del 25% da pagare allo Stato. Per Unicredit Mps varrebbe circa 3,6-3,8 miliardi dai precedenti 2,5 miliardi. Ma dal punto di vista industriale per Orcel potrebbe avere più senso l’integrazione con Banco Bpm, che porterebbe ora circa 4 miliardi di Dta. Anche se le suggestioni di una mega-fusione a tre (complessa fra le altre cose per i grandi problemi di concentrazione di mercato) sono tornate a circolare e a far temere i sindacati una «macelleria sociale» — per dirla con il leader Fabi, Lando Sileoni — cui si opporranno. Per Fulvio Furlan (Uilca) banche «in difficoltà, quali Mps, Carige e altre non possono essere semplici pedine da spostare». Su Mps, Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin hanno chiesto un incontro urgente al ministro dell’Economia, Daniele Franco.

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