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Unicredit, la regola (bocciata) del cinque

di Sergio Bocconi

Di nuovo siamo alle prese con i piani di successione, che nelle società italiane trovano alterna fortuna fra le priorità di corporate governance. Unicredit, che dopo l'uscita di Alessandro Profumo nel settembre 2010 ha impiegato una decina di giorni per individuare la soluzione in Federico Ghizzoni, nella relazione sul governo societario ha in seguito sottolineato di «avere in essere un processo strutturato che riguarda tutta la dirigenza fino alla posizione dell'amministratore delegato». Il piano dunque non include la figura del presidente e, come si è visto, la «non disponibilità» di Dieter Rampl a ricandidarsi non ha trovato l'istituto già pronto a proporre un nome alternativo. Finora è stato fornito l'identikit: un italiano di profilo internazionale. Particolare fretta, a dire il vero, non c'è: Rampl non si è dimesso quindi non è necessaria una sua sostituzione prima dell'assemblea di maggio. E non è detto che già domani il comitato governance non «elabori» la soluzione. Ci sono, è vero, problemi di scadenza di presentazione delle liste che si accavallano con la definizione delle indicazioni relative all'articolo 36, che vieta i doppi incarichi in imprese finanziarie concorrenti, ma c'è tempo ancora fino a metà aprile. Il punto è semmai dimostrare di essere in grado di risolvere la questione in tempi più che ragionevoli.
Questione nella quale si intrecciano diversi aspetti. Anzitutto il quadro appare cambiato in pochi mesi: in ottobre-novembre sembrava che il rinnovo di Rampl fosse scontato. Era lui, piuttosto, a dire: ne parliamo per tempo con il tema della governance. E, concluso l'aumento di capitale da 7,5 miliardi che ha portato qualche cambiamento nella geografia degli assetti azionari della banca, è stato proprio il presidente a sollecitare l'apertura di un dibattito sul governo societario, anche alla luce dei tre elementi più significativi emersi post aumento: la lieve riduzione del peso delle fondazioni; l'ingresso o il rafforzamento di soci industriali italiani; l'aumento di «peso» dell'azionariato internazionale.
Dibattito che è proseguito in modo abbastanza informale fino a che Rampl, al Forex di metà febbraio, ha detto di essere favorevole a restare al vertice «a fronte di un progetto di governance valido per tutti gli azionisti italiani e internazionali». Frase che pare abbia provocato qualche irrigidimento nel «nocciolo duro» delle fondazioni. E dunque, il giorno prima del consiglio del 28 febbraio Paolo Biasi (Cariverona) e Marco Cammelli (Carimonte) hanno incontrato Rampl per comunicargli la decisione sul «passaporto» del candidato presidente.
Ed è stato martedì scorso al board che Rampl per la prima volta ha esposto i «numeri» del suo progetto di governance. Se su una riduzione dei componenti il consiglio dai massimi 23 in statuto (oggi comunque 20 dopo le dimissioni di Carlo Pesenti) sono favorevoli anche le fondazioni, la proposta del presidente tedesco sembrerebbe aver «scavalcato» la semplice dieta del board puntando anche sulla sua «composizione geografica». Rampl avrebbe delineato un consiglio a 17, compresi presidente e amministratore delegato, e 15 componenti così ripartiti: cinque rappresentanti delle fondazioni; cinque industriali e cinque internazionali, soci e non, ma con «valore aggiunto» rappresentato da competenza e conoscenza dei mercati sui quali opera la banca. Dunque, dalle sue indicazioni si sarebbe profilata la riduzione del peso relativo degli enti soci. Che diversamente, nelle ipotesi circolate successivamente di board a 19 con otto componenti espressi dagli enti (tutti quelli già presenti, esclusa la Manodori che non ha seguito l'ultimo aumento), aumenterebbero il peso relativo.
Posizioni che non appaiono conciliabili. E sembrano frutto non solo degli assetti parzialmente differenti post aumento (Aabar, che pesa la metà delle fondazioni, avrebbe diritto a quattro consiglieri?) ma anche delle prospettive della banca. Che, come tutti gli istituti, ha di fronte a sé un problema di non poco conto: come garantire una redditività sufficiente a remunerare il capitale aumentato e in progressivo rafforzamento. Particolarità di Unicredit nel quadro domestico è però essere una banca internazionale. Come ha ricordato l'amministratore delegato Federico Ghizzoni, il 50% dei ricavi del gruppo vengono realizzati in Italia ma il nostro Paese contribuisce solo «un po'» alla formazione dell'utile, realizzato soprattutto all'estero. Quadro prospettico di cui non è improbabile tengano conto i piani Unicredit per il futuro.
Ciò può significare un minor peso relativo dell'attività domestica e soprattutto locale, nei territori dove «insistono» le fondazioni? È possibile, ed è soprattutto questa la partita che si apprestano a giocare gli enti, che rispetto al passato ricevono e riceveranno minori dividendi e hanno bisogno di mantenere inalterata la «presa» di attività, di politica e di consenso sui propri territori. Ragionamenti che si riflettono già oggi sulla partita per consiglio e presidenza.

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