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UniCredit, Intesa, Bnp Ecco chi rischia di più con il maxi default

La revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia, oltre a bloccare gli investimenti sulla rete italiana, avrebbe un altro effetto altrettanto dirompente: mandare in default l’azienda. Il che, tradotto, vorrebbe dire rendere inesigibili circa 10 miliardi di debito in capo ad Aspi e altri 9 miliardi riferibili alla controllante Atlantia. In tutto 19 miliardi di euro. Una montagna di denari che si sommerebbero agli 1,7 miliardi di capitalizzazione bruciata ieri dalla holding sui timori di una mossa shock del governo e che ha spinto i piccoli azionisti a far sentire la propria voce. A questo si aggiungerebbe una schiera di 17 mila risparmiatori che ha sottoscritto un bond retail della compagnia da 750 milioni. Non solo, tra le più colpite ci sarebbero le banche.

Dei 19 miliardi di debito a rischio, circa 10 miliardi sono riconducibili a finanziamenti bancari. UniCredit, Bnp Paribas e Intesa Sanpaolo sarebbero tra i soggetti più coinvolti. In particolare, l’istituto guidato da Jean Pierre Mustier vedrebbe messo a repentaglio oltre 1 miliardo di euro, altrettanto la banca francese. Per Ca’ de Sass si parlerebbe di un’esposizione di circa 800 milioni mentre per la Bei, la Banca europea degli investimenti, la somma salirebbe attorno a 1,3 miliardi. Anche la Cdp verrebbe chiamata in causa e per oltre 700 milioni.

L’impatto sul sistema sarebbe dunque davvero rilevante. Questo senza contare le obbligazioni. Come detto si parla di una somma complessiva di 9 miliardi. Di questi fanno parte il bond retail da 750 milioni di Autostrade, un’emissione istituzionale di Atlantia da 1,75 miliardi e altri titoli obbligazionari destinati agli istituzionali per 6,4 miliardi collocati da Autostrade. Tra i sottoscrittori ci sarebbero, almeno stando alla lista di chi ha acquistato fin da subito le obbligazioni, alcuni degli investitori istituzionali più rilevanti a livello globale come Amundi, Cardiff, Deka.

L’ammontare di debito complessivo in default, dunque, avrebbe serie conseguenze sui mercati obbligazionari e bancari europei visto che la maggior parte dell’esposizione è rappresentata da titoli quotati detenuti da grandi investitori, oggetto peraltro anche di prestiti LTRO della Banca Centrale Europea.

Queste, tra l’altro, sono solo le ripercussioni finanziarie di un possibile default di Aspi. La crisi della compagnia avrebbe forti contraccolpi anche sul piano industriale: si tratta di un’azienda che impiega oltre 7 mila persone, il cui destino sul piano professionale sarebbe evidentemente tutto da riscrivere. Senza contare che ad oggi Autostrade ha in corso 800 procedure di gara per lavori e servizi il cui valore è prossimo ai 4,5 miliardi. Se Aspi dovesse andare in fallimento ovviamente salterebbe anche tutto questo.

E la Borsa ha cominciato ieri a fiutare il rischio. Il titolo Atlantia ha perso il 15,19% a 11,36 euro. Un crollo che, come detto, ha mandato in fumo quasi 1,7 miliardi di euro di capitalizzazione. Gli analisti stimano in 11 miliardi il valore della sola Autostrade. Somma, tuttavia, distante da quanto decretato ieri dalla Borsa che ha fissato l’asticella per la controllante Atlantia a quota 9,38 miliardi.

Sotto pressione anche le obbligazioni, tra i titoli più colpiti del comparto. È il caso dell’emissione senior non garantita da 750 milioni di euro con scadenza nel giugno del 2026, che ha lasciato sul campo 4 punti base a quota 88, registrando il maggior calo dallo scorso 9 marzo. È andata male anche all’analogo titolo da 500 milioni di sterline e scadenza giugno 2022, che ha perso un punto portandosi a quota 102, mentre è sceso di 3 punti a 92 il bond da 750 milioni di euro con scadenza febbraio del 2025.

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